GALLERIA D'ARTE GHELFI

VERONA

16-31 GENNAIO 1980

PIERO CICOLI

INDAGINE SULL'UOMO

 

Quando ho visto i "ritratti" di Piero Cicoli per la prima volta, così belli e feroci, dolenti e spietati, individuali e universali, mi sono chiesto: ma di dove può essere questo pittore così lucido e appassionato e così attento a indagare un soggetto che i più vanno dimenticando?

Leggo: nato a Urbania, ha studiato a Urbino, lavora a Varese e fa parte del Gruppo Montefeltro. Urbania? Bel nome, romano e civile, ma mi dice poco, sa di papa e di dominio pontificio. Poi, ecco: era l'antica Castel Durante, la terra marchigiana che ha dato, fra le più smaglianti ceramiche dei secoli d'oro, anche quelle tazze con le "belle", i ritratti di donne serene, madonne rinascimentali da far aggirare per le sale olimpiche del palazzo ducale dei Montefeltro d'Urbino.

Anche di quel Federico II dal naso fratto e di sua moglie Battista Sforza contemplati nella loro aulica fissità di medaglia da Piero della Francesca.

Ritratti, ecco, sempre ritratti, immagini umane che il luogo, la cultura, il mestiere provocano come soggetto principale. Anche se il paesaggio e qualche natura morta attestano una larga capacità di spaziare con l'occhio su orizzonti o di concentrarlo attento su ritratti di cose.

Ma il discorso di Cicoli è soprattutto lì, nella umanità che egli vorrebbe osservare con solidarietà affettuosa, come un suo Cristo che per amore si snerva e si stèndina, e che, invece, gli si frantuma nelle mani come certe melagrane troppo mature che dopo il primo scintillio dei chicchi granati spurgano i germi della corruzione nascosta e il  verde atroce della dissoluzione.

E non si tratta della normale, quotidiana situazione esistenziale. E' un bubbone diverso che affiora nei ritratti di Cicoli: è quello il sogno di don Rodrigo, la sensazione di una causa esterna, il pomo della spada che crea dolenza nel cavo dell'ascella e che, invece, al dileguarsi del sogno, appare per quello che è: l'autentico, "sozzo bubbone" della pestilenza.

Qui, la pestilenza, è il potere, grande, piccolo, collettivo, individuale, ma sempre inquinante come certe centrali di utile energia che, per prime contagiano se stesse.

Ecco allora perché i ritratti di Piero Cicoli, in apparenza, al primo sguardo, possono apparire interpretazioni di noti personaggi, chiaramente riconoscibili, bene identificabili anche nella loro sferzante ironia espressionista. Per quel tanto di classico che pervade la bellezza dell'opera, per il nitore del segno, per la ricchezza della grafia, per il fulgore dei colori fiammeggianti e lividi, per la trasparenza della materia stesa con sapienza.

Ma osservate quei volti, quelle fissità allucinate, quelle bocche socchiuse, strette, semiaperte in discorsi suasivi, spalancate in altissimi gridi muti, quei denti che luccicano e digrignano; fate attenzione a quelle fisionomie che si identificano in personaggi, in protagonisti del potere economico, politico, religioso,sessuale, culturale per chiaro simbolismo di comodo; e non perdete d'occhio le mani, quelle mani, che col colore del corpo e l'espressione del viso, fanno, agiscono, bene, male, rubano, carezzano, blandiscono, suggestionano.

Clown o carnefice, missionario o lenone, persuasore od oppressore, il "potente" violenta e soffoca, respinge e tradisce l'alta vocazione dell'uomo "solo", dell'individuo che tende al proprio bene e a quello altrui in una aspirazione nobilmente e solidalmente anarchica di libertà.

Per tutto ciò, Piero Cicoli, che istintivamente qualcuno accosta all'angoscia di Bacon, è forse più vicino alla feroce ironia di Goya nei confronti di chi detiene il potere, anche quando la naturale, istintiva "pietas", lo indurrebbe a tendere la mano caritatevole all'uomo, qualsiasi egli sia, per affrancarlo e sostenerlo nella vicenda esistenziale delle comuni, insidiose, inesorabili sabbie mobili.

                                                                                                                                                                    NINO CENNI