Galleria d’arte
GENOVA
27 ottobre – 4
novembre 1990
L’ITINERARIO
ATTORNO ALL’UOMO
Non è facile trovare una chiave di lettura che consenta in modo abbastanza univoco una interpretazione
dell’arte di Piero Cicoli, nella sua ormai ampia e pluridisciplinare
produzione, anche per chi, come me, lo conosce e lo frequenta da quasi un
ventennio. Non è facile, né leggendo direttamente le sue opere, e neppure dando
una scorsa alla ormai numerosa letteratura critica che accompagna la sua feconda
attività espositiva. Termini come “umanista”, “rinascimentale”, “classico, si
sommano a definizioni di “neo espressionista”, ironico, satirico, in una vasta
rassegna di termini figurativi, come “epifanie scottanti”,
ambiguità, realismo, alienazione, incomunicabilità, “concettualità
nei suoi deliziosi dormiveglia”. Ho voluto citarne solo alcuni, peraltro
sicuramente appropriati, se si vuol fare riferimento al contenuto fenomenico
delle opere. Ecco perché mi pare difficile una “lettura” univoca del Cicoli:
apparentemente, l’effetto di una molteplicità di interessi
figurativi, può disorientare, creando una sensazione di caleidoscopicità,
sia pur coerente, sotto il controllo della marcata personalità dell’artista,
così come è chiaramente identificabile la sua connotazione neo-espressionista,
innestata su una matrice umanistica, connaturata con l’estrazione durantina, e più ampiamente urbinate
dell’artista. Tuttavia, cercando un po’ “tra le pieghe”
soprattutto psicologiche di tutto questo balenante pulsare, si avverte la
presenza di un “altro” Cicoli, altrettanto vero di quello che campeggia nel suo
studio, ritratto in costume rinascimentale. Forse, l,”altro”
Cicoli, si fa un po’ meno vedere in giro, ma la sua presenza si fa sentire
altrettanto. Io lo vedrei come un essere inquieto, attento,
mai fermo, instancabilmente protratto in un perenne itinerario attorno
all’uomo. Non all’uomo “fisico” e sereno del Rinascimento, ma
all’uomo psichico; l’uomo scoperto e indagato da Freud
e Jung, ed esplorato dalle avanguardie
metafisiche ed espressioniste. Ma non vorrei neppure fermarmi a queste
citazioni di tendenza, che danno la sensazione di un
artista vagamente attratto da questa o da quella ideologia. A me pare che
questo aggirarsi attorno all’uomo,
l’ironizzare su quello che rappresenta nel sociale, la satira del potere
come assurdo meccanismo, l’urlo che nasce dalle nature morte perché uccise, il
gioco degli specchi, l’illusorietà del contesto spaziale, il mistero delle cose, la squillante spettralità del colore, siano tutte espressioni di una
costante situazione: l’artista si aggira attorno all’angoscia, e subito se ne
ritrae,; ne è attratto e la teme,e pertanto le gira attorno, ( e questo è il
tema costante della ricerca, che non è poliedricità,
né eclettismo) come uno stornellatore medioevale,
quando canta la morte. Ecco dove, a mio avviso, si manifesta la vera natura “dimensionistica” dell’arte di Piero Cicoli, che prorompe di
contenuti sublimali o subconsci anche la dove l’uomo non compare, là dove
l’artista credendo di sfuggire alla sua onnipresente medusa (l’angoscia), ci
presenta visioni composte o evanescenti. Umanista si, ma non più classico: meno
sicuro e olimpico di quello, si muove trepidante intorno al nuovo, sconfinato e
affascinante universo dell’anima.
Giovanni Giavotto

ATTESA 1990
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