G
Gini gallery
MILANO
1998
IL
PIANETA UOMO
Scende ripida la stradina, nel silenzio di questa zona della periferia varesina, per poi subito fermarsi dinanzi a tre grossi paracarri – sentinelle messe lì per bloccare l’automobilista distratto – e trasformarsi in lunga scalinata che precipita giù, sino a Valle Olona. Le tre sentinelle m’informano anche che sono giunto allo studio di Piero Cicoli, che tra questi muri lavora da qualche decennio, da quando, cioè, lui marchigiano, diede il cambio a quel Giuliano Vangi che con le Marche è pure sempre di casa.
Tre stanze in successione rappresentano lo studio di Cicoli, tre stanze piene, rigurgitanti di quadri, cornici, attrezzi, libri, oggetti che mi vengono addosso, con simpatia e impeto, dalle pareti, dai tavoli, dai mobili, in quel “disordine” necessario all’artista per vivere, per essere in “mezzo”, cioè dentro, al mondo, ai suoi (e ai nostri) problemi, per proporre alternative e soluzioni. Il lettore m’ha capito: qui non c’è nulla di asettico, ma tutto mi contagia, mi involve, m’avviluppa. E’ una conchiglia, questo studio, che richiude le sue valve e mi cattura. E Piero Cicoli? Ovviamente ne è l’autore, l’attore e il regista. Con quell’aria che si porta addosso di perenne ragazzone, staglia nel colore le sue sentenze, analista acuto e senza complessi, d’una umanità certamente bisognosa d’essere capita e aiutata, ma soprattutto d’essere sferzata, e con vigore e con ironia.
E certamente la ventina di opere che sta approntando – attuali, recenti e meno
recenti – per la mostra di maggio presso la nuova galleria milanese di Gini (vecchia conoscenza, cui va il mio augurale saluto)
rappresenta il sunto della sua filosofia estetica e del suo pensiero sociale, i
colori sono vivaci, forti; in talune tele, per esempio quelle delle fumatrici,
addirittura sono esplosivi, con tonalità di rossi accesi, aggressivi, che
scottano. E’ l’anima policroma del vecchio ceramista che sorte fuori,
inossidabile retaggio d’Urbania, della scuola di Federico Melis,
che il nostro Piero ebbe modo di seguire contemporaneamente ai corsi
dell’Istituto di Belle Arti di Urbino. Il richiamo al
post espressionismo, poi, è evidente in tutte, o quasi, le tele di Piero
Cicoli; per lui è un modo d’esprimersi che può anche modificarsi e non soltanto
per il trascorrere dei lustri (come è d’uso ritenere:
più anni uguale a più maturità), ma sicuramente per il variare dello stato
d’animo, indipendentemente dall’età, a causa di colpi e contraccolpi che
arrivano dall’esterno. Ecco, allora, certe figure sfatte, in
dissolvimento che sono la denuncia inequivocabile d’una società che ha molto da
farsi perdonare. C’è inoltre, ed è spiccata nel nostro artista, una
sensibilità che definisco di “estrazione”, una specie
di impronta originale che uno si porta dietro come un marchio di fabbrica.
Cicoli nacque da famiglia contadina. Avrebbe fatto pur’egli il contadino in
quelle terre meravigliose delle Marche dove le colline coltivate sembran quadri di bellezza delicata, meditata e voluta, che
il viandante ammira, a perdita d’occhio, dalle stradine snodatesi in cresta,
vero palcoscenico naturale.
Forse, col tempo, immerso in tanti
colori, avrebbe anche dipinto per istinto.
Ma il
destino volle che un prete, don Corrado Leonardi,
intuisse le doti del ragazzino della parrocchia e insistesse in famiglia per
una destinazione non tradizionale. Ciò significò radicale cambiamento di rotta,
con i finale studi d’arte. Ma
la vita dura della sua gente, Cicoli se la porta dentro ancor oggi. Basta
guardare certi ritratti per leggere la fatica, piena di dignità, ma sempre
fatica, sui volti cotti dal sole, su mani raggrinzite dall’asprezza e dal peso
del lavoro. Alludo a quadri come La Sunta,
come La Migna, popolane, contadine,
immagini d’una sacralità al di sopra di tutte le
confessioni; è impegnata la Migna, pure a
lavar panni per i ricchi
Per rimediare qualche lira. I
ricchi, già, i ricchi; anch’essi non sfuggono al pennello di Piero, che li
colpisce con ironia dissacrante, come fa tra la fine degli anni settanta e
l’inizio degli ottanta, con i politici nostrani che catafrange
in inusitati paludamenti.
E’ dunque, il suo, un operare
sull’uomo e per l’uomo, su di una umanità sempre
presente, che sento alitare anche nel melograno spezzato di una Natura Morta;
è la denuncia continua espressa con la pienezza dell’arte, al di fuori di ogni
artificio, dove la vivacità del colore sintetizza il dramma e aumenta il peso
di un J’accuse che non può rimanere inascoltato.
Luigi
Piatti
30 marzo 1998