SPAZIO ZERO
ARTE & CULTURA
GALLARATE
19 MAGGIO 2
GIUGNO 2002
Ciò che caratterizza il percorso di tanti artisti
contemporanei è la nettezza di una scelta di campo, come se l’arte dovesse
de-cidere, tagliare in modo radicale delle opzioni nel reale. E siccome “omnis adfirmatio est negatio”, ognuna di queste scelte comporta una rinuncia
evidente alla complessità della realtà. L’ideologia inevitabilmente semplifica,
lungo direttrici e assi cartesiani che geometrizzano
il mondo e lo riducono a fredda astrazione. Pensavo a questo forte impianto
metafisico di tanta arte novecentesca nello studio di
Ora, per quanto paradossale ciò possa apparire, il fatto che
di eclettismo, ché quello obbedisce piuttosto al principio della giustapposizione metonimica. La metafora di Cicoli, come ogni autentica metafora poetica, unifica, surdetermina stili e linguaggi, riconducendoli a quel punto di unità, a quel crogiolo di autenticità che solo la fedeltà a sé stessi è in grado di assicurare.
Nel visitare idealmente questa mostra, partiamo proprio da qui, da quella massima unità che è il simbolo, luogo arcano, nocciolo segreto, in cui l’arte raccoglie il suo mistero. Ai simboli ci si deve accostare rispettosi della loro sacralità, perché ogni interpretazione univoca tesa a decodificarne il significato rappresenta un modo per violarne brutalmente l’intima connessione degli elementi. Non faremo perciò i voyeurs delle “nature morte” (ma saranno poi morte davvero?) di Cicoli. Piuttosto, con uno sguardo umile ci limitiamo a osservare che il melograno – da sempre firma figurata di Cicoli – in queste sue recenti produzioni appare sempre più sfasciato, scoppiato, in preda a un processo di autodissolvimento e di decomposizione mortifera. E’ una realtà che si liquefa, si spappola, tiene sempre meno, costretta a rinunciare alla propria consistenza. Così, per utilizzare la splendida metafora dell’eros platonico, le due tessere del simbolo non si incollano più, impossibilitate a riunificarsi. La rottura metafisica che si incunea nel reale appare questa volta definitiva, come una patologia ontologica, come una ferita da cui la realtà si dissangua. Ecco forse perché la natura di Cicoli vive la vita dell’uomo, in prospettiva antropocentrica. Non è, perciò, un caso che anche questi lavori più recenti siano dominati dalla figura umana, di cui qui si accentuano i caratteri esistenziali, a scapito forse delle connotazioni sociologiche che avevano caratterizzato le figure delle sue prime contadine e dei suoi derelitti, autentica epica della terra. La donna, protagonista di questa mostra si fa enigmatica, lavorata da sottili vibrazioni luminose, dall’intersecarsi furioso e scomposto delle linee, dall’accensione fiammeggiante dei pigmenti.
Qui la pittura, messa di fronte a volti caricaturali, avvolti dal cerone dell’ironia, con l’occhio ridotto alla profondità insondabile di una macchia, cessa definitivamente di narrare. Espressionismo quasi allo stato puro, che non vuole più alludere a connotazioni di classe, ma si configura come analitica esistenziale. Oltre la società, oltre la psicologia, nel tentativo di denudare l’esistenza, tratteggiandone col pennello le cicatrici della crisi. Ed è il fumo, con la sua pesante matericità vischiosa e con la sua capacità di complicare la figura trasformandola in geroglifico e in arabesco, la nuova componente simbolica di questa dissoluzione della soggettività.
E infine, attorno a queste inquiete ed inquietanti figure
femminili, fumatrici dissolte dal loro stesso fumo, compare anche il paesaggio.
Sembrerebbe il ritorno a un genere codificato, un omaggio, inconsueto per
E’ perciò forse questa la prospettiva entro la quale
collocarsi per visitare la mostra di
Ermanno Morosi
Aprile 2002