SPAZIO ZERO

ARTE & CULTURA

GALLARATE

19 MAGGIO 2 GIUGNO 2002

PIERO CICOLI

L'ENIGMA DELL'ESISTERE

 

Ciò che caratterizza il percorso di tanti artisti contemporanei è la nettezza di una scelta di campo, come se l’arte dovesse de-cidere, tagliare in modo radicale delle opzioni nel reale. E siccome “omnis adfirmatio est negatio”, ognuna di queste scelte comporta una rinuncia evidente alla complessità della realtà. L’ideologia inevitabilmente semplifica, lungo direttrici e assi cartesiani che geometrizzano il mondo e lo riducono a fredda astrazione. Pensavo a questo forte impianto metafisico di tanta arte novecentesca nello studio di Piero Cicoli, in mezzo al fecondo disordine di tele che interrogano come apparizioni inquietanti. E concludevo che Piero Cicoli questa scelta radicale non l’ha compiuta e che questo è anzi il segno della vita segreta e poetica che anima i suoi lavori. Vi si intravede un artista che si lascia interrogare, fascinare, sedurre da modelli di svariata natura, il cui espressionismo ed esistenzialismo pittorico si  colloca sulla linea metaforica della condensazione e della contaminazione. Si rimane spiazzati da questa pittura che non si può classificare attraverso le consunte divisioni binarie.

Ora, per quanto paradossale ciò possa apparire, il fatto che Piero Cicoli non abbia compiuto una scelta è esso stesso la scelta più radicale a favore della complicazione del reale, un  reale che l’artista coglie inevitabilmente con uno sguardo non vergine ma già carico di quelle teorie ed immagini che costituiscono la storia dell’arte. E non si tratta, si badi bene,

di eclettismo, ché quello obbedisce piuttosto al principio della giustapposizione metonimica. La metafora di Cicoli, come ogni autentica metafora poetica, unifica, surdetermina stili e linguaggi, riconducendoli a quel punto di unità, a quel crogiolo di autenticità che solo la fedeltà a sé stessi è in grado di assicurare.

Nel visitare idealmente questa mostra, partiamo proprio da qui, da quella massima unità che è il simbolo, luogo arcano, nocciolo segreto, in cui l’arte raccoglie il suo mistero. Ai simboli ci si deve accostare rispettosi della loro sacralità, perché ogni interpretazione univoca tesa a decodificarne il significato rappresenta un modo per violarne brutalmente l’intima connessione degli elementi. Non faremo perciò i voyeurs delle “nature morte” (ma saranno poi morte davvero?) di Cicoli. Piuttosto, con uno sguardo umile ci limitiamo a osservare che il melograno – da sempre firma figurata di Cicoli – in queste sue recenti produzioni appare sempre più sfasciato, scoppiato, in preda a un processo di autodissolvimento e di decomposizione mortifera. E’ una realtà che si liquefa, si spappola, tiene sempre meno, costretta a rinunciare alla propria consistenza. Così, per utilizzare la splendida metafora dell’eros platonico, le due tessere del simbolo non si incollano più, impossibilitate a riunificarsi. La rottura metafisica che si incunea nel reale appare questa volta definitiva, come una patologia ontologica, come una ferita da cui la realtà si dissangua. Ecco forse perché la natura di Cicoli vive la vita dell’uomo, in prospettiva antropocentrica. Non è, perciò, un caso che anche questi lavori più recenti siano dominati dalla figura umana, di cui qui si accentuano i caratteri esistenziali, a scapito forse delle connotazioni sociologiche che avevano caratterizzato le figure delle sue prime contadine e dei suoi derelitti, autentica epica della terra. La donna, protagonista di questa mostra si fa enigmatica, lavorata da sottili vibrazioni luminose, dall’intersecarsi furioso e scomposto delle linee, dall’accensione fiammeggiante dei pigmenti.

Qui la pittura, messa di fronte a volti caricaturali, avvolti dal cerone dell’ironia, con l’occhio ridotto alla profondità insondabile di una macchia, cessa definitivamente di narrare. Espressionismo quasi allo stato puro, che non vuole più alludere a connotazioni di classe, ma si configura come analitica esistenziale.  Oltre la società, oltre la psicologia, nel tentativo di denudare l’esistenza, tratteggiandone col pennello le cicatrici della crisi. Ed è il fumo, con la sua pesante matericità vischiosa e con la sua capacità di complicare la figura trasformandola in geroglifico e in arabesco, la nuova componente simbolica di questa dissoluzione della soggettività.

E infine, attorno a queste inquiete ed inquietanti figure femminili, fumatrici dissolte dal loro stesso fumo, compare anche il paesaggio. Sembrerebbe il ritorno a un genere codificato, un omaggio, inconsueto per Piero Cicoli, laterale rispetto alla strada maestra del suo percorso, al più realistico degli approcci. Così non è per queste periferie geometrizzate, per queste campiture di colore entro le quali si ammassano particolari, scorci, squarci di natura che non si saldano nell’unità del paesaggio, che non possono essere guardati in prospettiva centrale da uno sguardo ecologicamente appagato. Cicoli stesso mi ha definito questi pezzi di natura come i vestiti della donna, come suoi accessori, come prolungamenti della sua esistenza. Oserei aggiungere che sembrano organi decentrati di un ‘corps morcélé’, come se tutti i dipinti messi in mostra, ruotando intorno alla donna con fumo, ne costituissero visioni parziali, angolature strambe di un corpo tentacolare che esce fuori dai rigidi confini del dipinto. Pezzi di corpo sono anche, nella loro intensa matericità, lavorata con la sapienza di un artigianato antico che Cicoli porta impresso nel DNA della sua terra natia, i piatti in ceramica, nei quali il progetto di dissoluzione della figura si è ormai compiuto, lasciando come residuo violente accensioni acromatiche, irruzioni di un colore così puro da rendersi capace di metaforizzare le essenze.

E’ perciò forse questa la prospettiva entro la quale collocarsi per visitare la mostra di Piero Cicoli: tentare di raccogliere in unità (non è forse questa la logica del simbolo?) gli scorci che l’occhio qua e là raccoglie, riconducendoli al centro, dove troneggia quell’umanità dolente e disfatta cui Cicoli rende omaggio. Ricordandosi che sempre, fors’anche solo in modo allusivo, “de te fabula narratur”.

                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                            Ermanno Morosi

Aprile 2002