ARTE  REALTA’ POESIA

PIERO CICOLI

di Ermanno Morosi
2005

SPAZIO NUOVA DIMENSIONE

   

Una vita artistica  è un’avventura chiusa tra due dimensioni che solo all’apparenza sono contraddittorie: l’imprinting – l’origine, la collocazione – e lo sviluppo. L’artista è ciò che il punto di partenza, le condizioni iniziali, fanno essere, e insieme cambia, si evolve, e quando non rinnega la sua origine comunque la modifica. Un filosofo esistenzialista direbbe, insomma, che l’artista è un impasto di essenza e di essenza: è ciò che è ed è ciò che diviene.

L’arché di Piero Cicoli è collocata ad Urbino: l’arte, quella grande, prima ancora di apprenderla e di insegnarla, l’ha negli occhi, si direbbe, con una metafora biologica, nel DNA. Un’arte che all’origine è strettamente legata a un mestiere, a una tecnica, quella della ceramica, tipica della sua terra. È così che il futuro (ma già) artista impara il mestiere. Prima considerazione ovvia, ma non scontata: l’artista è un lavoratore; senza il mestiere, senza la dura e appassionata applicazione, senza l’apprendimento di tecniche raffinatissime ed antichissime, non si dà arte. Eppure – e Cicoli lo dimostra – le tecniche, per diventare arte, devono essere metabolizzate, da impalcatura esteriore diventare carne e sangue. L’artista è, nella sua più profonda esperienza personale, l’insieme delle sue tecniche. Non le usa come strumento esteriore, esse sono il motore stesso della sua energia creativa. È qui, mi pare, il primo e fondamentale motivo della produzione artistica di Piero, in questo intreccio mobilissimo di arte e di mestiere. E chi come me per anni ha avuto il privilegio di vederlo insegnare, al Liceo Artistico prima e all’Accademia poi, è rimasto segnato da questa evidenza. Ed ecco la seconda, anch’essa ovvia, considerazione: quando l’arte è siffatta interiorizzazione del mondo (della storia, dell’arte, delle sue tecniche, eccetera), l’arte rivela immediatamente una sostanza etica. L’essere dell’opera rivela il dover essere, allude al valore. È la bellezza sostanziata di valori, l’antica sintesi di kalòs kaì agathòs.

Un’arte centrata sempre sull’uomo, impegnata sempre a coglierne l’esistenza. Sta qui, credo, la cifra del realismo di Cicoli. Realismo nel senso più nobile del termine, come passione e impegno etico nei confronti della realtà. Così inteso, il termine realismo può abbracciare e attraversare in continuità tutta la sua produzione: dalle opere più decisamente “figurative” degli esordi, con forti riferimenti sociologici ed esistenziali, sino a quelle più recenti, più attente al gioco formale della scomposizione dello spazio (di ascendenza post-astrattista) e alle accensioni cromatiche (di ascendenza post-espressionistica). Il realismo dunque non implica una precisa indicazione stilistica, una netta scelta di campo formale: Cicoli può far propri diversi codici linguistici della contemporaneità artistica perché, nel momento in cui li assimila e li usa, li piega immediatamente alla sua passione per il reale. Anche le forme (come poc’anzi dicevamo delle tecniche) nell’arte, quella vera, non sono mai fini a se stesse. Lì non c’è nulla di gratuito; anche quando pare che si giochi con le forme, si tratta di un gioco molto serio. Piero esprime se stesso. Lo spazio-mondo della sua pittura è lo spazio-mondo della sua esistenza. Si vedano così, nelle produzioni in catalogo, dalle “geometrie” del paesaggio e degli aquiloni alle vibrazioni coloristiche di fumo con donna, le infinite variazioni di uno spazio-mondo che non ha mai valenza descrittiva né formale. Il problema non è quello geometrico della scomposizione dello spazio, poiché nei dipinti di Cicoli le scansioni spaziali sono sempre inquadrature del reale, la cui pellicola, nella sua complessità, è l’esistenza stessa. Ed è così che il colore, nelle sue campiture accese, talora fiammeggianti, diventa il protagonista di una autobiografia esistenziale spezzata, ricomposta dipinto su dipinto, fotogramma su fotogramma.

E non si cerchino in queste opere simbolismi da interpretare. Sarebbe troppo facile e superficiale leggere nei melograni, negli aquiloni, negli scorci di periferia urbana, nelle donne che fumano, altrettanti soggetti da decodificare semioticamente, quasi fossero freudiane realizzazioni del desiderio. Ognuna di queste immagini è, semmai, simbolo nel senso nobile e platonico del termine: il dipinto è la metà di un coccio che si realizza nella sua interezza solo se riunificato all’esistenza che lo produce e al mondo che esprime. L’approccio al reale, così, non risulta formalistico ma poetico: le combinazioni ed intersecazioni degli spazi, gli scorci visionari, le vibrazioni e accensioni cromatiche e luministiche sono le metafore e le metonimie di questa poesia che disperde nelle moltiplicazione delle immagini pittoriche l’adesione appassionata – meravigliata e dolorante insieme – alla realtà antropologica. Ed ecco forse perché l’apice di questa poetica lo si raggiunge nelle maioliche. Non solo perché qui il cerchio si salda e si ritorna all’origine, a quell’imprinting da cui con queste brevi note siamo partiti. Ma anche perché qui spazio e colore, non più vincolati all’imperativo della rappresentazione, acquistano quella sovrana libertà che dell’arte è la cifra più autentica. E così le maioliche svelano la profondità di quel serio gioco di adesione al reale che costituisce il filo rosso della poetica dell’artista  durantino.

                                                                                                                                                

                                                                                                                                                                            Ermanno Morosi - 2005