STUDIO AUGUSTO RANOCCHI
URBINO

PALAZZO DEL CORTEGIANO
VIA VETERANI,1
17 SETTEMBRE – 15 OTTOBRE 2005

PIERO CICOLI

Composizione, Scomposizione, Decomposizione

Dipinti e Ceramiche

a cura di Silvia Cuppini

 

La mostra che Piero Cicoli dedica ad Urbino inizia dalla Immacolata Concezione nella chiesa parrocchiale di Gallo di Petriano. Molti visitatori dell’esposizione dell’artista durantino nelle sale, che Augusto Ranocchi ha allestito nel piano nobile di un antico palazzo urbinate prospiciente il Duomo con vista sulla piazza ad ali del Palazzo Ducale, si chiederanno se vale veramente la pena percorrere quei dieci chilometri per vedere un lavoro giovanile di un artista che ha raggiunto con i suoi dipinti la pienezza dello stile. Con questa opera di dimensioni veramente notevoli, costituita di quaranta pezzi, si ripercorrono le fasi formative di Piero Cicoli, quando giovane allievo, frequentava il laboratorio di Federico Melis ad Urbania. La manipolazione dell’argilla educa la mente e la mano ai valori dei vuoti e dei pieni, ai valori tridimensionali, la decorazione del biscotto e il forno educano alla composizione delle tonalità e al controllo delle variazioni delle stesse.

Il grande bassorilievo occupa il catino absidale della chiesa. La figura della vergine poggia su un corpo sferico che raffigura il cielo, infatti è attraversato dal cerchio dello zodiaco su cui spiccano i segni dello scorpione e della bilancia, e si prolunga a destra  nell’insorgere dei pianeti, il piede sinistro è nascosto dalla veste su cui si imprime lo stelo di un giglio, confitto sulla testa del serpente. Dal ventre e dal seno della donna si espande un disco di materia frammentata e coloratissima che allude alla donna dell’Apocalisse vestita di sole, sul capo una corona di stelle su fondo blu. L’opera, realizzata nella Ceramica C. Piccolpasso di Urbania, è firmata in basso a destra e datata1969.

La dissoluzione della forma, il prevalere della materia sulla forma, il gusto espressionista del colore, il tema della donna, sono alcuni degli elementi caratterizzanti la ricerca artistica che Piero Cicoli condurrà con tenacia e con intenti innovativi in contesti diversi come in Sardegna e soprattutto nell’ambiente milanese, dove si troverà a lavorare.

Fedele ai generi classici della pittura, Piero Cicoli restituisce con i suoi quadri una rilettura del ritratto, della natura morta e del paesaggio, mentre con la ceramica la libertà del gesto che nasce dentro l’esercizio severo della composizione nel bidimensionale della tela.

Dalla voce dell’artista ho appreso come il colore si possa lasciar correre sulla superficie del biscotto semplicemente imprimendo con la forza delle braccia movimenti adeguati alla forma del piatto, al contrario come sulla tela la stesura del pigmento si compia nei modi tradizionali del pennello, nella tenuta della forma.

La rappresentazione della figura umana è al centro della cultura figurativa occidentale e per ogni artista è irrinunciabile punto di riferimento, anche se a partire dalle Avanguardie storiche tende a prevalere la tematica dell’oggetto. Accanto alle ricerche espressioniste, piegate alle ragioni, della deformazione della figura, molto precocemente si sono sviluppate quelle astratte come tensione verso un assoluto artistico, come quelle di Kandinskji, di Malevic, di Mondrian.

Piero Cicoli non si sottrae al dibattito, a volte intensamente partecipato dell’apparente fine dell’arte, e, come Bacon e Moore nella seconda metà del Novecento, non si allontana dai contenuti classici della pittura, dichiarando la sua adesione ai generi. La figura, connotata inizialmente dal ritratto, convive con la natura morta. Sono degli anni Ottanta La Sunta, Le ospiti, Oleum Infirmorum, Pensiero su Venezia, dove il melograno spaccato accompagna con le sue colature rosse la storia di volti, di mani, di abiticomposti in ritratti. Anche quando il frutto del melograno centra assoluto la composizione non è mai natura morta. Il melograno di Cicoli non si può associare alle composizioni di bottiglie, fruttiere, tazze di Moranti, porta con sé il senso di realtà vivente, frammento palpitante di un corpo, sesso di donna, ricchezza di sangue, con la stessa drammatica valenza del Bue spaccato di Rembrandt.

Nelle opere recenti, alcune delle quali compaiono nella mostra urbinate, la domanda sulla composizione trova nel pittore una risposta dapprima nella scomposizione, poi nella decomposizione: le figure, gli oggetti non sono più sottoposti a lacerazioni o alterazioni, ma sono analizzati nelle loro parti costitutive, come corpi geometrici, già privi di consistenza materiale. Quando le ragioni dell’esistente prevalgono ancora, la sostanza pittorica opera la decomposizione: i colori si mescolano, sfumano, rendendo vana e irraggiungibile ogni verità della forma. La serie delle donne che fumano si compongono più con il paesaggio che con la natura morta. Case anonime di periferia si stendono come cubi o parallelepipedi forati da finestre e porte che non aprono varchi su nessuna storia di interni, tutto si riscatta nella leggerezza dell’aria,dove gli aquiloni trasportano lontano da terra , nell’aria, il pensiero puro dell’artista di una ricomposta geometria del colore.