INCONTRI
CON L’ARTE E LA CULTURA
CASTELSEPRIO
17
SETTEMBRE – 1 OTTOBRE 2006
La pittura di Piero Cicoli è fortemente improntata alla condizione esistenziale. Non già per una aprioristica ed allarmata diffidenza, né per abusate prevenzioni verso i suoi simili: l’uomo Cicoli è persona aperta e socialmente disponibile, che trova nell’aggregazione una delle sue maggiori occasioni di indagine.
A determinare la poetica di Piero sono altri motivi. Innanzitutto lo spessore culturale, inteso nella più vasta accezione del termine, che lo porta a diffidare del riduttivismo che negli ultimi decenni sta progressivamente invadendo i campi dell’informazione e dell’arte.
Piero ha fatto suo il senso della storia e quello della classicità, fissando i limiti entro i quali condurre il suo lavoro, ben attento a non superarli nell’ottica del ‘nuovo a tutti i costi’ ( spesso sprovvisto di ogni minimo sentore critico), ma senza deflettere da una convinta libertà d’espressione.
Ha poi recepito, e questo fa parte del suo carattere e della sua visione etica del ’fare arte’, che la dignità dell’Essere e la sua, per quanto dolorosa, esperienza sono sempre centrali nella vicenda artistica e non possono essere sostituite da altro tipo di consapevolezza.
Si comprende così come la sua pittura sia legata fondamentalmente e vocazionalmente al registro espressionistico. L’espressionismo è un movimento vasto, che comprende tutti i campi della creatività umana, teso ad interpretare la drammaticità della vita e la crisi degli ideali mediante una violenza delle forme al limite della deformazione (in qualche caso anche della mostruosità).
Cicoli non arriva a tal punto. Il suo è un espressionismo misurato, fortemente interiorizzato, anche se non manca di vigore espressivo. A trattenerlo è la consapevolezza che l’arte è comunque una fonte primaria di comunicazione e la natura, attraverso la sua immanente vitalità, è di per se stessa un modello espressionistico.
Ecco come nasce il ciclo dedicato al melograno, un frutto che con la sua forma, le sue screpolature, l’improvvisa apparizione di sanguinei chicchi al proprio interno (alcune tradizioni popolari parlano del sangue di Cristo, il sacrificio assoluto) diventa l’esempio visivo della frammentarietà della vita contemporanea.
Le forme nei suoi dipinti sono portate alla sintesi senza
perdere del tutto il rimando alla forma (che diventa traccia di memoria più che
riferimento alla realtà); la trama coloristica appare accentuata
quasi a fissare il grado di intensità della ricerca (ed anche la passione
che la circostanzia); la tramatura coloristica si arricchisce di subitanee
intuizioni, dettate da immaginifiche percezioni tachistiche; lo spazio si fa
interiore, dimensionato da estese campiture che restringono la prospettiva verso
il primo piano, quasi a non lasciare possibilità di evasione all’occhio
dell’osservatore.
Il melograno diventa così metafora di
un disagio che l’uomo porta dentro di sé come una spina lancinante, radice e
fiore della breve avventura umana.