GALLERIA D’ARTE GHIGGINI

Via Albuzzi 17

Varese

Dal 19 gennaio al 16 febbraio 2008

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PIERO CICOLI

Dipendenza comunicativa

a cura di

Stefania Barile

 

Quando arte e pensiero giungono alla condivisione di problemi, obiettivi e passioni, allora anche la difficoltà del vivere, seppur complessa e talvolta addirittura enigmatica nel suo presentarsi come nel suo procedere, acquista ai nostri occhi una sostanza materica, un colore, un movimento, una forma risultando quindi visibile ed esperibile.

Sembra più semplice affrontare un problema quando lo abbiamo davanti, ben delineato in tutte le sue spaventose fattezze, piuttosto che immaginarne soltanto l’enormità e quindi anche l’insita proporzionale gravosità.

Se poi il dramma su cui discutere è allargato dal singolo individuo a tutta la società dall’età dell’adolescenza fino alla vecchiaia, l’importanza di un riferimento percettivo anche soltanto visivo risulta indubbiamente utile e necessario.

Attraverso l’arte pittorica di Piero Cicoli, soprattutto quella realizzata negli ultimi vent’anni, espressa nelle immagini degli ‘Ospiti’ (1987), delle ‘Fumatrici’ (2002) e dei ‘Viados’ (1989) è stato così possibile affrontare il problema della dipendenza. Da quella fisica, data dall’invalidità e dall’infermità della vecchiaia, a quella da fumo droga e alcool, la dipendenza viene raccontata da Cicoli in forme nitide e chiare con tonalità fredde ed acide nel dramma dell’abbandono negli ospizi e con una tecnica più libera ed informale per le figure dal pallore spettrale che rappresentano la crisi dell’individuo e la sua difficoltà psichica nell’affrontare la quotidianità.

Ma cosa significa affrontare la quotidianità? Lottare ogni giorno per far valere il nostro sé altrimenti sottomesso o conoscere, o meglio ri-conoscere, nella realtà un significato profondo da cercare disperatamente per dare un senso alla nostra vita?

Ci attende un viaggio nei sentieri della conoscenza di noi stessi per trovare la soluzione a questi interrogativi. Procediamo dunque attentamente nel percorso accompagnati dalle figure pittoriche offerte da Cicoli capaci di rendere sensibili e tangibili le nostre difficoltà comunicativo-relazionali che, via via nel cammino di riflessione intrapreso, scompariranno per lasciare il posto ad altre che a loro volta sfumeranno per offrirci finalmente la via d’uscita.

 

 

Alla ricerca di un’identità.

 

Coscienti del fatto che il nostro tempo è affidato ad una casualità senza direzione e senza orientamento dettata dalla disuguaglianza sociale da lucide e fredde esplosioni di violenza ed incontrollabili forme di intolleranza, i nostri adolescenti, ma non solo loro, sono altrettanto coscienti dell’assenza di senso che circonda le loro giovani vite.

Essi risultano impediti nella costruzione di un’ identità, in quanto mancano loro le fondamenta su cui costruirla. Manca sì un futuro come promessa, ma manca soprattutto il riconoscimento dell’altro su cui fondare le proprie sicurezze, i propri riferimenti.

E l’adolescenza come ancora la giovinezza necessitano di queste dipendenze relazionali: l’identità si costruisce sul fatto che io esisto per l’altro e con quest’altro io entro in relazione, comunico anche parlando, ma non necessariamente parlando.

Esistono tanti modi di comunicare: l’arte per esempio. Il disegno, la pittura, la musica, la poesia, la danza, il canto offrono dei canali comunicativi preziosissimi in cui la passione la tenacia e la determinazione vengono arruolate in prima linea per la realizzazione e l’autorealizzazione del sé.

Eppure c’è il silenzio, il vuoto, il buio.

In questo drammatico contesto psico-sociale le ‘Fumatrici’ di Piero Cicoli offrono un racconto percettivo autentico e toccante: immerse nella nebbia del loro fumo le donne raffigurate sembrano non avere un’identità ed i loro tratti ed i loro lineamenti svaniscono all’ombra del fumo che le sovrasta. Filiformi e spigolose, come le modelle anoressiche di cui tanto si parla e tanto si discute e di cui tanto i giovani si fanno purtroppo ancora portavoce-kamikaze, queste figure femminili, in cui Cicoli si fa artefice e allo stesso tempo temibile contestatore, comunicano attraverso l’assenza del loro sguardo, la rigidità della loro postura ed il pallore del volto che emerge quasi fosforescente dallo sfondo buio, capace di inghiottirle nel suo vortice dall’oscura densità.

E i giovani si smarriscono.

Non avendo un’identità si gettano, nell’illusione di trovarla casualmente o magicamente, nella folla nel gruppo nel branco.

 

 

Lo scontro feroce con la realtà ed il conforto nell’evasione.

 

Ed inesorabilmente il futuro come promessa viene sostituito dal futuro come minaccia.

La fragilità, l’insicurezza e il disorientamento caratterizzano i giovani che si sentono sospesi in uno stato di perenne ‘attesa’. Aspettano l’occasione giusta che illumini loro la strada da percorrere: la loro strada non  quella di un altro, ma il proprio personale ed unico originale inconfondibile sentiero di vita, perché loro vorrebbero essere considerati autentici ed inconfondibili, figure eroiche del loro, che è anche il nostro, tempo.

E nell’attesa, lunga e deprimente, vengono rapiti dalla noia, dall’inquietudine e dall’irrequietezza che lo stesso stato di immobilità esistenziale genera. Ancora una volta Cicoli interviene con la sua pittura post-espressionista a supportare il discorso: le immagini che interpretano lo stato d’attesa,  ne ‘L’attesa’ (1990) appunto, risultano ansiogene all’osservatore attento che rivede nella figura apparentemente immobile la trepidazione e l’angoscia, espressi nella dinamica delle tonalità cromatiche, dei momenti più critici della propria vita.

Da questa condizione di tristezza ed inquietudine profonde, nella ricerca di una difficile e complessa identità, nasce il desiderio di essere confortati, coccolati, sostenuti. E se nel migliore dei casi la famiglia, il gruppo dei pari o la scuola riescono ad aprire ed avviare una comunicazione emotivo-affettiva di conforto a tanta sofferenza psichica, nel peggiore invece l’individuo si trova completamente in solitudine ad affrontare il suo problema.

Non riuscendo a comunicare, per introversione o per rigida formazione familiare, nasconde la sua mancata identità nelle bravate del gruppo, seguendo alla lettera quello che dicono e fanno gli altri, iniziando un processo di autodistruzione non solo psichica, ma anche fisica.

Fumo, droga e alcool risultano i migliori strumenti, per comodità ed efficacia, di evasione. Da soli o in compagnia, con il gruppo; a casa, magari chiusi nella propria stanza con l’i-pod al volume massimo, o fuori casa, negli angoli più nascosti dei parchi o delle periferie, è possibile trovare un attimo di illusorio benessere, allontanandosi dalla dura e feroce realtà quotidiana.

Le donne ‘perdute’ di Cicoli rappresentano la possibilità di alienazione dalla realtà attraverso il fumo capace di coprirle interamente fino a disfarle nella loro struttura grafica e materica, come nella loro sostanza individuale e sociale, anche se, paradossalmente, accanto all’isolamento psichico, il fumo e  simili  offrono la migliore possibilità di socializzazione all’interno della società, in quanto permettono di condividere appunto con altri individui la medesima dipendenza.

 

 

Sulla via della dipendenza.

 

Ma cosa significa dipendere? Aggrapparsi a qualcuno o a qualcosa dinanzi ad un pericolo oggettivo per superare momentaneamente la situazione di crisi o cercare un’àncora di salvezza che ci guidi verso riva e che ci ricordi con la sua presenza i vissuti di cui dobbiamo fare memoria e tesoro allo stesso tempo per evitare di ricadere nei medesimi errori?

L’uno e l’altro. Solo che la prima interpretazione giustifica, accennando alla possibile causa, e spiega una dipendenza ‘negativa’ sia dal punto di vista individuale che sociale, la seconda propone un avvio risolutivo attraverso una dipendenza ‘positiva’, propositiva in previsione del ritorno di un futuro come promessa.

E Cicoli ancora una volta appare lungimirante nella sua intuizione artistica. Se la dipendenza negativa viene espressa nel dramma, vedi gli ‘Ospiti’, in cui la dipendenza fisica e quella psichica si contagiano a vicenda fino ad intaccare inesorabilmente l’identità dell’individuo, le ‘Fumatrici’ i ‘Viados’ e le tele intitolate ‘Attesa’, quella positiva acquista il caratteristico aspetto ludico del gioco.

 Non il gioco d’azzardo o patologico che potrebbe rientrare nella prima interpretazione del problema, ma il gioco d’evasione come quello dei bambini, dalla mente spensierata e ancora libera dalla questione relativa all’identità del sé.

Se la lettura de ‘Il cacciatore di aquiloni’ e ‘Mille splendidi soli’ di Hossein hanno contribuito alla realizzazione della scenografia dei suoi ultimi tondi ‘Quando volavano gli aquiloni’, ‘Il volo ferito’, ‘Il coraggio del volo’, i dipinti più recenti (2007), in realtà il contenuto esistenziale di questi lavori già era visibile e tangibile nella versione dei suoi grandi piatti in ceramica, dove l’intrecciarsi di linee e colori faceva presumere il desiderio di uscire dalle preoccupazioni e dalle dinamiche psichiche della vita sociale per orientarsi altrove alla ricerca della pura libertà del vivere, del pensare, del fare attraverso una corsa sfrenata con gli occhi rivolti ad un cielo luminoso e splendente, sognando di volare sulle ali di un coloratissimo aquilone dalla lunga coda vibrante. In questo caso Piero Cicoli da reporter attento e sensibile ai fatti della vita sociale si trasforma in un formidabile e vivace cacciatore d’aquiloni, offrendo al suo pubblico la speranza di un futuro migliore con l’ausilio di un meccanismo di difesa automatico, riconosciuto dalla psicologia delle emozioni, quello della regressione. L’artista, da sempre paragonato al bambino per l’atteggiamento di scoperta nei confronti della realtà, dimostra qui, in tutta la sua efficacia, l’ abilità fantastica e creativa nel combattere il nichilismo emotivo imperante.

 

 

La dipendenza comunicativa come via d’uscita.

 

Piero Cicoli combatte questo incombente annullamento delle emozioni e dei sentimenti quale virus oscuro e  fatale delle giovani menti del mondo contemporaneo.

Si arma di tela e colori accesi e vivaci e colpisce la depressione, il senso della disfatta e della monotonia della vita quotidiana con intrecci informali di gialli ed arancioni.

E’ la vita autentica la sua, quella di una mente dinamica creativa e propositiva che si ribella e che cerca di mostrare il valore della propria presenza e degli originali atti di coraggio di cui è capace. E i tondi  di Cicoli diventano specchi di questa visione dell’esistenza e allo stesso tempo indistruttibili scudi a difesa delle emozioni che fanno sentire vivi nella gioia, fanno vibrare nella passione, fanno tremare nella paura e nel dolore.

La voglia di vivere, il desiderio dell’altro, l’attrazione per la bellezza, il divertimento nel gioco permettono alla sua pittura di entrare in contatto, di relazionare, di confrontarsi, di aprire un dialogo interessante e coinvolgente con il pubblico. Piero Cicoli, attraverso il suo racconto, comunica: racconta in immagini e ascolta interpretando lo sguardo ed i pensieri delle persone che osservano incuriosite le sue opere.

E’ necessario dunque correre ai ripari ed attivare fin da subito, nei bambini anche piccolissimi,  un’educazione emotiva, che è poi l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure.

Se l’emozione è essenzialmente relazione, dalla qualità delle relazioni è possibile leggere il grado dell’intelligenza emotiva che un individuo possiede.

Purtroppo oggi l’educazione emotiva viene lasciata al caso: si formano i giovani  allo studio della letteratura, della matematica e delle scienze, ma non all’esperienza emozionale utile all’avvio dell’autoconsapevolezza, dell’autocontrollo, dell’empatia. Privi di questi elementi stabilizzanti  ed altamente formativi per la vita di un individuo, i giovani si sentono soli, insicuri, depressi, rabbiosi, ribelli, nervosi, aggressivi ed impulsivi: risultano sì capaci di parlare, ma non di ascoltare; si mostrano apparentemente abili nel verbalizzare con sicurezza un evento o una situazione, ma non riescono a vederne il senso, nè a risolvere i conflitti di cui si sentono vittime e nemmeno a cooperare per venirne fuori definitivamente.

Da qui l’individualismo esasperato, la visione arida ed utilitaristica della vita e di ogni situazione che la realtà sociale quotidianamente propone.

Già negli anni cinquanta la Scuola di Palo Alto a Menhlo Park in California, con l’equipe di Bateson ed il prezioso contributo di Paul Watzlawick, abbandonava una concezione individualistica del comportamento umano per un approccio interazionale basato sullo studio della comunicazione per un cambiamento terapeutico, che offriva la base portante per la Terapia della Famiglia e dell’Approccio Sistemico nei casi di pazienti psicotici, ma non solo. In quest’ambito la teoria della comunicazione doveva riconoscere la propria affinità con un altro campo, la filosofia esistenziale, che studiava l’uomo nel qui ed ora del suo essere e, a differenza di altre filosofie, considerava l’esistenza dei disturbi emotivi. E Thomas Hora, eminente psichiatra, aggiungeva: <Per comprendere se stesso, l’uomo ha bisogno di essere capito dall’altro>.

Dentro questo sistema costruito con elementi tratti dalla psicologia clinica, dalla psicologia sociale e dalla filosofia esistenziale, la via d’uscita proposta da Cicoli rimane il gioco, inteso nella sua utilità comunicativa capace di sviluppare nell’individuo una dipendenza positiva e propositiva nella   visione di se stesso e del mondo di cui fa parte. Da attività d’evasione fine a se stessa, che permette di entrare in relazione e di ‘comunicare’ con il mondo esterno, fatto di individui storie e situazioni, attraverso codici alternativi a quelli convenzionali, come la fantasia ed il senso della libertà del sé, il gioco dell’aquilone nelle mani dell’artista Cicoli diventa qui un simbolico baluardo a difesa della vita individuale e della dignità sociale nella nostra complessa contemporaneità.

Stefania Barile

 

 

 

Riferimenti bibliografici.

Galimberti Umberto,L’ospite inquietante’, Serie Bianca Feltrinelli, Milano, 2007

Goleman,Intelligenza emotiva’, Rizzoli, Milano, 1996

Nardone-Watzlawick,L’arte del cambiamento’, Ponte delle Grazie, Milano, 1993

Oliverio Ferraris,La forza d’animo’, Rizzoli, Milano, 2003

Testoni,Psicologia del nichilismo’, Franco Angeli, Milano, 1997

Volpi,Il nichilismo’, Laterza, Bari, 2004

Watzlawick Paul,Guardarsi dentro rende ciechi’, Saggi Ponte delle Grazie, Milano, 2007

Zoja,Nascere non basta’, Cortina, Milano 1985