Ticino News

Ritratti di urbanista

Intervista a Piero Cicoli, pittore marchigiano adottato da Varese

Il classicismo rinascimentale della terra dove è nato, Urbania, diventa l’elemento autobiografico dal quale è necessario partire per conoscere il percorso artistico e umano di Piero Cicoli. “Chi vive la cultura del Quattrocento urbinate scrive Corrado Leonardi nella sua natura, non può essere che un umanista nel termine etimologico più schietto e più moderno e può produrre solo un’opera d’arte da definirsi, nel tempo e nello spazio, ancora classica”. Così, l’attenzione e la preoccupazione per il destino dell’uomo, le condizioni di incomunicabilità, solitudine, falsità dei miti della nostra società, si fanno oggetto dell’indagine di Cicoli. Un’indagine ritrattistica, nel senso di “viaggio esplorativo all’esterno e all’interno dell’uomo contemporaneo”, l’espressione intensa di un dramma stagliata in un colore esplosivo, forte, acceso. Come si avvicina alla scelta di una pittura carica di passione per l’esistenza? Frequentavo l’Istituto di Belle Arti di Urbino e un insegnante una volta ci portò a una mostra dell’espressionismo. Noi studenti, abituati a una figurazione calda e tranquilla, abbiamo avuto un impatto talmente forte da stravolgere la nostra abituale pratica del disegno. Macchie, colori e rigoni, hanno sostituito il segno nell’intento di alterare la realtà fino allora rappresentata. E’ stato un impulso liberatorio e l’occasione per una ricerca iniziata come imitazione, ma presto maturata come scelta consapevole. Infatti è dal quel momento che ho iniziato a vedere, pensare e disegnare espressionista. Nelle fasi della sua ricerca, la scelta dei soggetti sembra attraversare passaggi significativi… La formazione ricevuta mi ha portato verso certe scelte. Inizialmente, nel periodo degli anni ’70 in cui mi ritenevo espressionista esistenziale, ho preso come modello l’uomo importante in grado di comandare, distruggere, sopprimere. Una sorta di fagogitatore, inteso come colui che inghiotte gli altri. In seguito, per quasi tutto il decennio degli anni ’80, ho voluto rappresentare il politico, detentore di quell’astratto congegno che è il potere, nella sua condizione più umana e grottesca. Un uomo clown prigioniero di se stesso e del proprio bisogno di essere sempre visibile, costantemente alla ribalta. Nella fase successiva i soggetti sono le persone povere, uomini e donne silenziosi che hanno sempre lavorato con grande dignità, ma hanno avuto ben poco dalla vita. Alcune di queste persone non volevano apparire riconoscibili e mi chiedevano di rappresentare la sofferenza, ma non il loro volto. Il contesto esprime questo disagio? Il contesto è sicuramente un aspetto molto importante. In particolar modo è sempre evidente nei miei quadri la struttura di fondo, come elemento spesso rigido e legato a un modo di impostare la figura proprio della terra classico-rinascimentale dalla quale provengo. Urbino è la città ideale dove tutto ha misura, logica e pulizia. Nei miei dipinti ogni cosa può muoversi- basti pensare alle mani- tranne questa impaginazione classica. Le mani come segno di una condizione umana indagata con attenzione? Le mani sono particolarmente significative nei miei lavori. Sono quelle che danno, tolgono, creano, modellano, ma sempre al servizio del cervello. Le mani dei miei personaggi mutano con loro, così possono apparire ferme, decise, rigide oppure gonfie, sfatte e in continuo movimento. Anche il fumo, che avvolge soprattutto le figure femminili, è un elemento spesso ricorrente… E’ pittoricamente casuale, non mi sono posto il problema di identificare una ragione precisa che motivi questa scelta. Certo questi personaggi avvolti e assorbiti dal fumo, possono far pensare ad un dissolvimento della figura a vantaggio, per esempio, del colore… Il periodo di tempo trascorso in Sardegna tra il ’67 e il ’71 a contatto con una natura aspra e primitiva, ha lasciato un segno nella sua fantasia figurativa? Gli anni di insegnamento in Sardegna in quel particolare periodo, hanno lasciato una traccia straordinaria. Non si può essere che espressionisti dopo un’esperienza simile accanto a persone semplici, schive, pastori di poche parole e donne nere misteriose, immersi nell’autenticità di una natura primitiva. La sua attenzione per l’uomo emerge anche nella pratica dell’insegnamento da sempre affiancata a quella artistica… L’uomo ha sempre rappresentato la fonte di ispirazione di tutto il mio operare e l’insegnamento mi ha permesso di conoscere ancora più da vicino questa realtà. Un vero arricchimento umano e artistico maturato in un percorso compiuto insieme ai ragazzi. E’ stata una ricerca costante senza la certezza del risultato. Una ricerca fatta di vivacità, inventiva e trasgressione, per trovare nuovi modi di guardare le cose. Il discorso sulla figura, anche quando pare abbandonato per lasciare posto all’esercizio, non scompare mai del tutto... Ho attraversato alcune fasi di ricerca nelle quali si è verificato uno spostamento dei modi espressivi e dove ho sperimentato la possibilità di utilizzare un linguaggio più indiretto. In questi casi c’è una tendenza ad essere meno legato alla figurazione, ma è un abbandono transitorio, quasi un momento di pausa dove cerco di fare altro. E’ un po’ un occhio rivolto a quanto accade nel mondo dell’arte. E cosa riconosce questo occhio? Riconosce un mondo dove si teorizza troppo e si lavora poco. Molti artisti si rifugiano in un discorso facile, si limitano a parlare, a giustificare il gesto. Non si può considerare ogni segno senza storia un’opera d’arte. Un’opera d’arte è fatta di poesia, sensazioni, sentimenti, musica, scrittura, pensieri, lavoro. In quanto insegnante, mi considero aperto e pronto a tutti i linguaggi e ad ogni sperimentazione, ma non posso accettare che si riducano a gestualità isolata e spesso a pura imitazione. Penso che il vero problema sia la mancanza di cultura, di conoscenza della storia e di quanto è posto alla base di una certa creazione artistica.

Francesca Marcellini