Antologia Critica

1972 - Silvano Colombo, Catalogo: Mostra di grafica contemporanea Gruppo Montefeltro, Galleria La Bilancia, Varese


GALLERIA LA BILANCIA

  MOSTRA DI GRAFICA CONTEMPORANEA GRUPPO MONTEFELTRO
CASCIOLI, PAOLI, CICOLI, PIERSANTINI, GALOPPI, SISTI

VARESE DAL 25 MARZO AL 1 APRILE 1972

 ________________

Questa che vi presentiamo non è una delle solite mostre collettive. E’ una mostra comunitaria, nata da un sodalizio che fa pensare alle antiche consorterie di artisti locali che praticarono il loro mestiere a stagione presso le corti e le chiese di prestigiosi e danarosi committenti. La definiremmo una chiesuola urbinate, meglio che non l’anonimo Studio Montefeltro giustificabile come sigla del gruppo, trapiantata a Varese perché i suoi componenti sono tutti docenti del locale Liceo Artistico Statale. Provengono infatti da Urbino e dintorni: Corrado Cascioli, 1948, da San Giorgio di Pesaro; Piero Cicoli, 1939, da Urbania; Adriana Galoppi in, 1948, da Urbania; Paolo Paoli, 1948, da Urbania; Egiziano Piersantini, 1949, da Urbino; Otello Sisti, 1946, da Urbino. E  son tutti usciti dal rinomato Istituto di Belle Arti di Urbino, dove Cicoli, Piersantini, e Paoli hanno avuto per maestri e guide, nella litografia, Carlo Ceci e Guglielmo Spinarelli; Cascioli, Galoppi e Sisti, nella xilografia, Loris Gualazzi e Umberto Franci. Il trovarsi assieme, lontani dalla città nella quale studiarono; la comune, salda radice dell’esperienza grafica; la volontà di vivere, accanto alla multiforme e pulsante esperienza didattica, il tormentante colloquio con un proprio mondo di forme appana vagheggiate, li ha fatti riunire, in Via del Cairo al 22, attornoad un torchio che avrà i suoi ben sudati ottanta e più anni, recuperato anch’esso dalla loro patria artistica: insomma un consanguineo! E’ il loro catalizzatore, ed Egiziano Piersantini è quello che per tutti suda a sperimentare  e a tirare con i colleghi sulla pietra, avara a concedersi se non si ha il mestiere nel sangue e nelle mani. Non hanno steso un programma, un almanacco o un manifesto artistico: lavorano in assoluto rispetto delle proprie tendenze, inclinando a farsi suggestionare nella misura che è immaginabile vivendo assieme, alle spalle di un torchio che in parte ne condiziona gli esito artistici, in parte li esalta. Nella sostanza son quasi tutti debitori di un rapporto di amore-odio con la natura, ad eccezione di Corrado Cascioli. Questi, nelle personali variazioni sul tema xilografico, vuol piegare le sue forme a toni morbidi, quasi di encausto, rinunciando alle appiattite e secche sagome proprie della xilografia, non tanto levando dal legno, quanto aggiungendo alla matrice, cavando velature di indubbio mestiere. Sta al di là della realtà; non crede più in essa e propone composizioni informali e che a nostro avviso tradiscono il difetto di parlare ancora sottovoce. Sono impreziosite da squisite finezze che svelano una ricerca, dibattuta a tutt’oggi, che bada più alla bella parola che non al sicuro fraseggio. La Galoppi traveste forme naturalistiche denotando, nell’esemplare che solo consideriamo - lo studio – scioltezza di un segno costruttivo, e serrata sintesi compositiva. Una strada che l’autrice sta percorrendo, dopo aver lasciato alle spalle esperienze discordanti, seppur formative sul piano culturale. I restanti consorti operano sulla natura, sia smontandola e ricomponendola in forme intuibili; sia acquietandosi davanti alle serene composizioni che la tormentata matrice ha da sempre mostrato. Cicoli, nel suo negativo e positivo sovrapposto, che è qui riprodotto, esprime raffinate interpretazioni di una realtà che crediamo di possedere e che svaria, davanti agli occhi, mutevole; ancorché forme bloccate inducano il riguardante a credere di aver scoperto l’enigma. Ma tutto vien posto in discussione dal contesto, tremulo di splendidi grigi. Piersantini è invece legato al mondo delle piante. Le variazioni che offre son da ammirare per la finezza del mestiere. Vi propone una scomposizione di pianta grassa. Qui riprodotta, che è una litografia sbalzata ed acidata: sciolta e persuasiva liberazione di materia, lirico colorirsi di forma condotte con un ductus morbido e curvilineo. Ma è ammirabile anche la più serrata pianta grassa incopia unica, di finissimo chiaroscuro. Paoli e Sisti sono gli ultimi in questa nostra interpretazione critica, perché qui li relega il loro vedere con occhi sereni, cercando nelle cose un equilibrio ed una rarefazione che i grandi interpreti del rinascimento urbinate hanno forse insegnato loro. Che è poiassimilazione dei valori compositivi di una natura unica e schietta, in se poesia. Così si spiega quel potente paesaggio in monocromo di Paoli, che ci offre la chiave per intendere quell’altro, steso a patola, qui riprodotto. Nella salda e serena matrice di forme assolute, si inserisce una tensione espressionistica. Paoli vuol ora aderire al ritmo della vita che si sovrappone alle forme solenni e le travolge. Resta la composizione bloccata, ma la materia fermenta, incontentabile, verso imprevedibili esiti. Sisti è squisito e signorile nella sua acquaforte con fondino in argento, di delicata e difficile esecuzione: un vaso di fiori. Pare liberato da forme contingenti verso un godimento assoluto ; ma l’inquietudine tocca anche lui , in modo più intimo. Non rinuncia alle forme bloccate ed assolute. Allude ad un’enigmaticità del reale con il ritratto simultaneo che, se recupera valori d’estrazione quattrocentesca, palesa un’esigenza di chiarificazione di fronte all’eterno problema: è questa natura , per noi contingente, madre o matrigna?

1976 - Giorgio Segato, Catalogo: Piero Cicoli, L'uomo allo specchio, Galleria Volto San Luca, Verona

 

GALLERIA VOLTO SAN LUCA

VERONA

PIERO CICOLI

L’UOMO ALLA SPECCHIO

15 – 29 FEBBRAIO 1976

 

L’attuale linguaggio di Piero Cicoli propone un discorso imperniato tutto sull’uomo, senza più divagazioni paesaggistiche o d’ambiente che possano turbare o deviare l’indagine e la resa delle tensioni psichiche, di origine morale e sociale,che ne caratterizzano l’alienazione e il senso ossessivo del tragico quotidiano. Questa assenza di collocazione spaziale e temporale delle figure che dominano a tutto campo le tele ci dicono che, all’adesione a una cultura pittorica che ha in Bacon e negli espressionisti tedeschi esplicite matrici: Cicoli è pervenuto soprattutto per un intimo bisogno di maturazione interiore, di chiarificazione emotiva ed ideologica – intese come ridefinizione del proprio situarsi di fronte all’uomo contemporaneo – passando attraverso (o calandosi dentro) l’analisi e la denuncia della condizione esistenziale dei suoi personaggi chiave ( l’ecclesiastico, l’ebreo, la prostituta, lo sfruttato ): figure stravolte in una fissità remota eppure violenta che si vestono, sulla tela, dei colori accesi e volutamente diarmonici di una risentita determinazione a indagare il segno e il senso della sopraffazione, della corruzione, della falsità, dei miti della nostra società e a sottolinearne, con lancinante violenza cromatica, le impellenti e inderogabili urgenze morali. Potremmo qui, allora, limitarci a dire che questo di Cicoli è un momento di revisione e di introspezione in cui con bravura stilistica  l’autore riprende accuse già fatte. Senonchè ci colpisce la libertà interpretativa con cui egli accentua, con spietate analisi di primo piano, la dolorosa “bellezza” del male, del decadimento e disfacimento morale della società: le vanità, il piacere, la lotta, la corruzione, la disperazione, , l’urlo risolti con un’energia che mai si debilita nell’autocommiserazione decadente (neppure là dove incombe il senso, l’”odore” di morte) bensì si innerva di contenuti sociali sempre affioranti nell’intensa espressione di volti posti di fronte allo specchio della propria coscienza, e con una “tenuta” pittorica dove i valori contestativi prendono netto sopravvento sui possibili cedimenti a livello di lirismo intimista. E’ una presa di posizione che lacera  lo sfibrato conformismo d’oggi, la maschera dei miti, la “divisa” di falsa tolleranza fatta di indifferenza e di meschine convenienze, per conficcare lo sguardo sotto la “dura scorza”, dove l’insorgere delle segrete pulsioni emotive filtra attraverso la serrata impalcatura oggettiva dell’immagine, distruggendone ogni rassicurante riconoscibilità e accendendola di inquietanti allusioni, di affioramenti emblematici. Volti e gesti, così, si “scompongono” come davanti allo specchio di una acuta autoconsapevolezza che svela le contraddizioni più ambigue, i conflitti più esacerbanti che animano i personaggi. Al di là del fatto puramente ‘formale’ e ‘tecnico’ si deve riconoscere inCicoli la capacità di esaltare nella pittura una recuperata funzione didascalica di indagine, di penetrazione e di chiarificazione della realtà e della convivenza umane, una rigenerata energia mobilitante attorno agli inquietanti interrogativi della problematica esistenziale del nostro tempo.

 

Giorgio Segato

1978 - Raffaele De Grada, Catalogo: Gruppo Montefeltro, Galleria Marconidieci, Arona

GALLERIA D’ARTE MARCONIDIECI – GRUPPO MONTEFELTRO

ARONA 18 GIUGNO – 2 LUGLIO 1978

CASCIOLI  CICOLI  GALOPPI  PAOLI  PIERSANTINI  SISTI

__________________________

 

Quando si vedono opere di artisti – come nel nostro caso – bisogna sempre pensare di dove provengono, quale è la loro matrice espressiva. Le opere del Gruppo Montefeltro hanno una matrice che è diventata nei nostri tempi una raccomandazione, per i grafici, la “scuola di Urbino”. Subito ci domandiamo qual’ è la loro autentica ragione espressiva, qual’è il loro valore effettivo, perché è legittimo che non si debba dare soltanto cittadinanza ha chi ha potuto usufruire di una “scuola”. Ebbene, questi “grafici” sono nati per il segno, questa è la loro matrice espressiva; lo si vede alla prima.

Il segno; ma ciò va visto in funzione attuale. Corrado Cascioli, per esempio ha un concetto tutto moderno del “segno”; nelle sue xilografie l’immagine sorge dal fondo, con un impatto totalmente pittorico. Cascioli ha una visione materia, sente le cose emergere per forza crescente dal fondo e il suo merito è di farlo sentire  pur nelle tecniche della grafica. Cascioli non tradisce la sua natura e si presenta per ciò che veramente è, un pittore che fa grafica senza abbandonare i risultati che egli ha ottenuto nella pittura.

Corrado Cascioli è un pittore che ti sembra di aver sempre conosciuto con quella sua aggressività sul mondo naturale, con quel suo far emergere da un fondo indistinto forme inquiete, che danno una scossa a chi guarda.

Anche Piero Cicoli viene dal mondo “informale”, in particolare dalla pittura di Vedova, senza togliere nulla all’originalità del giovane artista marchigiano. In Cicoli vedo l’espressione intensa di un dramma, che non si delinea da un soggetto, ma da un magma di forme sulla cui autenticità non può esservi dubbio, tanto si presentano con una emergenza solenne e forte di chiaroscuro.

In precedenza Cicoli ha compiuto un’esperienza figurale, che si delineava già in termini di esplosione della forma. Il suo attuale stato di “informale” è dunque la sintesi di una complessa esperienza figurativa, per lui importante, essenziale per la comprensione dell’artista.

Adriana Galoppiscava nel subconscio, impegnata secondo i termini più avanzati della rottura figurativa. Le sue immagini sono sospese tra l’essere e il non essere, sembrano concludersi secondo logica e poi si collocano in uno spazio inusitato, con un effetto non comune.

La figuratività di questa giovane pittrice e grafica è non comune, ti coglie per una aggressività che non è affatto femminile, che si staglia per una imponenza che fa pensare anche alla scultura, così lontana dalle forme ripetitive e stilistiche in cui aduggiano tanti giovani d’oggi.

Per Paolo Paoli il discorso è più disteso e più semplice. La sua figuratività scorre spontanea, appena corretta da una razionalità costruttiva, per cui un insieme di tetti, un paesaggio diventano  un blocco che l’occhio raccoglie come in un quadro di moderna classicità.

Piersantini invece si esercita nell’ironia della forma, in una contraddizione tra vuoti e pieni, tra un’immagine gremita di sensi riposti e vuoti allusivi in termini metafisici. La tecnica di Piersantini tocca i punti migliori della grafica contemporanea. Lo si vede alla prima. Il suo impegno si imposta su una rottura con i limiti dell’espressionismo astratto, per quanto le formule possono servire alla comprensione dell’artista.

Otello Sisti invece indulge a un discorso più normale alla grafica italiana, da Morandi in poi. In un tessuto finissimo, che non ha nulla da invidiare alle migliori acqueforti, Sisti esprime l’incanto di una forma, la diversità delle materie, la luce che rende plasticamente l’immagine sfiorandola , con una precisione che è propria del professionista dell’acquaforte. Sisti è un artista distaccato dai problemi dell’oggi, appartiene alla grande corrente lombarda che ha artisti come Morlotti e, dietro le spalle, Morandi appunto e gli altri maestri dell’incisione.

Non voglio fare una scala di valori per questi giovani artisti, che ho già notato nel corso della loro pur breve carriera. Sono artisti che hanno lavorato intensamente – si vede dalla loro produzione che è ingente e che in una mostra viene esposta in sintesi – e che si pongono, fatto importante, come professionisti di un mestiere che è così difficile, come quello del grafico, del pittore e dello scultore. Non hanno un’unità formale, che sarebbe facile, né un’unità ideologica prefabbricata. Sono artisti che si sono legati in un consorzio spontaneo, che ha però un significato, quello almeno di dimostrare che giovani artisti si trovano insieme per una fiducia comune nell’arte, nella produzione di poesia che fiorisce da un mestiere educato giorno per giorno.

Raffaele De Grada

Piero Cicoli ,  olio su tela, 50x70

1987 - Marco Rosci, Catalogo: Piero Cicoli, dipinti e disegni dal 1956 al 1987, Villa Montevecchio, Samarate

COMUNE DI SAMARATE
Assessorato alla cultura

Biblioteca Comunale

Villa Montevecchio

PIERO CICOLI

DIPINTI E DISEGNI DAL 1956 AL 1987 
7-21 novembre 1987

…La pittura di Cicoli trae il suo fascino, e diciamo pure la sua seduzione, inquieta e inquietante, da una contraddizione che negli anni si è fatta sempre più sottile e conscia dei propri mezzi e strumenti – segno, cromia struttura compositiva, forma precisata e spazio maculato -: una volontà espressionistica e persino “narrativa” che è sempre di giudizio critico e psicologico – ora drammatico, ora esplicitamente ironico – sulla realtà dei nostra tempi proposta attraverso una sensibilità formale, di ascendenza addirittura simbolistica e “ modernista “ (e intendo, da Redon ai viennesi dello sfacimento “subconscio” dell’Impero) che, senza il tarlo e il dente creativo di quel giudizio e dei valori umani che lo inverano, sconfinerebbe in un goduto preziosismo. Per questo mi sembra essenziale la sperimentazione pittorica e grafica di strutture e di colore del 1969-72 precedente, ma anche sottesa, alla definitiva svolta neo-figurativa…

Marco Rosci

PRESENZA INTERNA OLIO SU TELA 70X100

 

1980 - Nino Cenni, Catalogo: Piero Cicoli: indagine sull'uomo, Galleria d'arte Ghelfi, Verona

GALLERIA D'ARTE GHELFI
VERONA
16-31 GENNAIO 1980

PIERO CICOLI

INDAGINE SULL'UOMO

Quando ho visto i "ritratti" di Piero Cicoli per la prima volta, così belli e feroci, dolenti e spietati, individuali e universali, mi sono chiesto: ma di dove può essere questo pittore così lucido e appassionato e così attento a indagare un soggetto che i più vanno dimenticando?

Leggo: nato a Urbania, ha studiato a Urbino, lavora a Varese e fa parte del Gruppo Montefeltro. Urbania? Bel nome, romano e civile, ma mi dice poco, sa di papa e di dominio pontificio. Poi, ecco: era l'antica Castel Durante, la terra marchigiana che ha dato, fra le più smaglianti ceramiche dei secoli d'oro, anche quelle tazze con le "belle", i ritratti di donne serene, madonne rinascimentali da far aggirare per le sale olimpiche del palazzo ducale dei Montefeltro d'Urbino.

Anche di quel Federico II dal naso fratto e di sua moglie Battista Sforza contemplati nella loro aulica fissità di medaglia da Piero della Francesca.

Ritratti, ecco, sempre ritratti, immagini umane che il luogo, la cultura, il mestiere provocano come soggetto principale. Anche se il paesaggio e qualche natura morta attestano una larga capacità di spaziare con l'occhio su orizzonti o di concentrarlo attento su ritratti di cose.

Ma il discorso di Cicoli è soprattutto lì, nella umanità che egli vorrebbe osservare con solidarietà affettuosa, come un suo Cristo che per amore si snerva e si stèndina, e che, invece, gli si frantuma nelle mani come certe melagrane troppo mature che dopo il primo scintillio dei chicchi granati spurgano i germi della corruzione nascosta e il  verde atroce della dissoluzione.

E non si tratta della normale, quotidiana situazione esistenziale. E' un bubbone diverso che affiora nei ritratti di Cicoli: è quello il sogno di don Rodrigo, la sensazione di una causa esterna, il pomo della spada che crea dolenza nel cavo dell'ascella e che, invece, al dileguarsi del sogno, appare per quello che è: l'autentico, "sozzo bubbone" della pestilenza.

Qui, la pestilenza, è il potere, grande, piccolo, collettivo, individuale, ma sempre inquinante come certe centrali di utile energia che, per prime contagiano se stesse.

Ecco allora perché i ritratti di Piero Cicoli, in apparenza, al primo sguardo, possono apparire interpretazioni di noti personaggi, chiaramente riconoscibili, bene identificabili anche nella loro sferzante ironia espressionista. Per quel tanto di classico che pervade la bellezza dell'opera, per il nitore del segno, per la ricchezza della grafia, per il fulgore dei colori fiammeggianti e lividi, per la trasparenza della materia stesa con sapienza.

Ma osservate quei volti, quelle fissità allucinate, quelle bocche socchiuse, strette, semiaperte in discorsi suasivi, spalancate in altissimi gridi muti, quei denti che luccicano e digrignano; fate attenzione a quelle fisionomie che si identificano in personaggi, in protagonisti del potere economico, politico, religioso,sessuale, culturale per chiaro simbolismo di comodo; e non perdete d'occhio le mani, quelle mani, che col colore del corpo e l'espressione del viso, fanno, agiscono, bene, male, rubano, carezzano, blandiscono, suggestionano.

Clown o carnefice, missionario o lenone, persuasore od oppressore, il "potente" violenta e soffoca, respinge e tradisce l'alta vocazione dell'uomo "solo", dell'individuo che tende al proprio bene e a quello altrui in una aspirazione nobilmente e solidalmente anarchica di libertà.

Per tutto ciò, Piero Cicoli, che istintivamente qualcuno accosta all'angoscia di Bacon, è forse più vicino alla feroce ironia di Goya nei confronti di chi detiene il potere, anche quando la naturale, istintiva "pietas", lo indurrebbe a tendere la mano caritatevole all'uomo, qualsiasi egli sia, per affrancarlo e sostenerlo nella vicenda esistenziale delle comuni, insidiose, inesorabili sabbie mobili.

NINO CENNI

1983 - Domenico Cara, Catalogo: Piero Cicoli: le costellazioni della satira e dell'immaginario, Galleria d'arte Ghelfi, Verona

GALLERIA D'ARTE GHELFI

VERONA

26 APRILE – 12 MAGGIO 1983

PIERO CICOLI

LE COSTELLAZIONI DELLA SATIRA E DELL'IMMAGINARIO

 

1.   Nell'ordito della realtà ( sia pur essa ambigua, fittizia afflosciata, ubriaca, ecc.) ricompare un certo uomo, indissimulabilmente riconoscibile, irto e amaro, o ideale e allucinante, caratterizzato dal suo ego, dalla sua notorietà nel contesto del Potere; si definisce per cromie evanescenti, effetti morfologici efficaci, con spettacolarità potenziale e freddo anelito allo schema, riesce logocentrico e sovrano, pronuncia un messaggio o è incapace di una qualsiasi selettiva pronuncia, ecco come Piero Cicoli inalvea nella sua satira l'ideologia del "ritratto", la drammaturgia della sua tensione inerente alla storia attuale e ai vizi invariabili di qualsiasi società con usi improri di se stessa. Egli agisce in nome delle loro abitudini esistenziali, perché fanno parte del corpo sociale e comunitario del nostro tempo, e di tempi della migliore memoria. Indubbiamente resta un aspetto fondamentale del suo lavoro di ricerca sull'essere e sull'esserci in codeste identità, confluite nelle sue opere come divergenza di una metamorfosi, e in effetti centro dell'ottica collettiva, inconsciamente suddita e scintillante.

2.    L'aspetto del fantasma si riproduce in altri temi rappresentativi , in cui l'uomo è tutto e più di tutto, diviene protagonista, immaginato e predisposto per lo schema di una qualsiasi emotiva e socio-culturale omogeneità interlocutoria, tra colori effusivi, configurazioni raffinate, espunte da concepimenti di tipo medianico, mai discontinue, introdotte per conoscere meglio l'estensione della propria fissità, dell'immanenza sensitiva, in cui si svolge un certo stato  di fragranza sia pur larvale e leggiadro. C'è in tutto questo una sincronia ironica, i ritmi raggiungono il centro dell'opera in maniera proditoria, rigenerano lussi consecutivi derivati dalla materia e della misurata esperienza, come uomo del nostro tempo, e anche dell'ars pictandi, i cui procedimenti  sono insistiti, oasi con chiaroscuri emotivi, risposte in accademiche, ma mai sediziose o epidermiche. L'immagine si esprime ambivalente, risorge dalla sua sistematica riapparizione sognate, e non per questo è meno insinuante ed organica. Così Cicoli esprime il dissenso, la metafora del sapere, le definizioni che delle sue realtà ha l'uomo manipolato dai mass-media e dalle vicende verbali sottintese, delle latenze particolari intorno a un avvenimento, agli opposti sentieri del vissuto. E' un desiderio di puntualizzazione che si porta a canoni analoghi di nuova realtà, ma non tralascia quel segni di funzionalità ontologica che è propria della lingua clinica di un osservatore allarmato, piuttosto contemplativo o soltanto eccitato ed automatico.

3.    Questo neo-espressionismo, conteso nel naufragio della pittura dall'informale alle ricerche pop e op, e fino alla varia concettualità nei suoi deliziosi dormiveglia ed esplorazioni del vuoto) riporta i suoi campi di sperimentazione nella vita della "natura morta", fa vibrare i simboli, gli aggregamenti, i luoghi convulsi e candidi di essa.

1990 - Giovanni Giavotto, Catalogo: Piero Cicoli: L'itinerario attorno all'uomo, Galleria Il Punto, Genova

Galleria d’arte

Il punto
GENOVA 
27 ottobre – 4 novembre 1990


PIERO CICOLI

L’ITINERARIO ATTORNO ALL’UOMO

 

Non è facile trovare una chiave di lettura che consenta in modo abbastanza univoco una interpretazione dell’arte di Piero Cicoli, nella sua ormai ampia e pluridisciplinare produzione, anche per chi, come me, lo conosce e lo frequenta da quasi un ventennio. Non è facile, né leggendo direttamente le sue opere, e neppure dando una scorsa alla ormai numerosa letteratura critica che accompagna la sua feconda attività espositiva. Termini come “umanista”, “rinascimentale”, “classico, si sommano a definizioni di “neo espressionista”, ironico, satirico, in una vasta rassegna di termini figurativi, come “epifanie scottanti”, ambiguità, realismo, alienazione, incomunicabilità, “concettualità nei suoi deliziosi dormiveglia”. Ho voluto citarne solo alcuni, peraltro sicuramente appropriati, se si vuol fare riferimento al contenuto fenomenico delle opere. Ecco perché mi pare difficile una “lettura” univoca del Cicoli: apparentemente, l’effetto di una molteplicità di interessi figurativi, può disorientare, creando una sensazione di caleidoscopicità, sia pur coerente, sotto il controllo della marcata personalità dell’artista, così come è chiaramente identificabile la sua connotazione neo-espressionista, innestata su una matrice umanistica, connaturata con l’estrazione durantina, e più ampiamente urbinate dell’artista. Tuttavia, cercando un po’ “tra le pieghe” soprattutto psicologiche di tutto questo balenante pulsare, si avverte la presenza di un “altro” Cicoli, altrettanto vero di quello che campeggia nel suo studio, ritratto in costume rinascimentale. Forse, l,”altro” Cicoli, si fa un po’ meno vedere in giro, ma la sua presenza si fa sentire altrettanto. Io lo vedrei come un essere inquieto, attento, mai fermo, instancabilmente protratto in un perenne itinerario attorno all’uomo. Non all’uomo “fisico” e sereno del Rinascimento, ma all’uomo psichico; l’uomo scoperto e indagato da Freud e Jung, ed esplorato dalle avanguardie metafisiche ed espressioniste. Ma non vorrei neppure fermarmi a queste citazioni di tendenza, che danno la sensazione di un artista vagamente attratto da questa o da quella ideologia. A me pare che questo aggirarsi attorno all’uomo,  l’ironizzare su quello che rappresenta nel sociale, la satira del potere come assurdo meccanismo, l’urlo che nasce dalle nature morte perché uccise, il gioco degli specchi, l’illusorietà del contesto spaziale, il mistero delle cose, la squillante spettralità del colore, siano tutte espressioni di una costante situazione: l’artista si aggira attorno all’angoscia, e subito se ne ritrae,; ne è attratto e la teme,e pertanto le gira attorno, ( e questo è il tema costante della ricerca, che non è poliedricità, né eclettismo) come uno stornellatore medioevale, quando canta la morte. Ecco dove, a mio avviso, si manifesta la vera natura “dimensionistica” dell’arte di Piero Cicoli, che prorompe di contenuti sublimali o subconsci anche la dove l’uomo non compare, là dove l’artista credendo di sfuggire alla sua onnipresente medusa (l’angoscia), ci presenta visioni composte o evanescenti. Umanista si, ma non più classico: meno sicuro e olimpico di quello, si muove trepidante intorno al nuovo, sconfinato e affascinante universo dell’anima.

 

Giovanni Giavotto

ATTESA 1990 OLIO SU TELA 80X80

 

1998 - Luigi Piatti, Catalogo: Piero Cicoli: Il pianeta uomo, Gini Gallery, Milano

 

G
Gini gallery
MILANO
1998

PIERO CICOLI

IL PIANETA UOMO

 

Scende ripida la stradina, nel silenzio di questa zona della periferia varesina, per poi subito fermarsi dinanzi a tre grossi paracarri – sentinelle messe lì per bloccare l’automobilista distratto – e trasformarsi in lunga scalinata che precipita giù, sino a Valle Olona. Le tre sentinelle m’informano anche che sono giunto allo studio di Piero Cicoli, che tra questi muri lavora da qualche decennio, da quando, cioè, lui marchigiano, diede il cambio a quel Giuliano Vangi che con le Marche è pure sempre di casa.

Tre stanze in successione rappresentano lo studio di Cicoli, tre stanze piene, rigurgitanti di quadri, cornici, attrezzi, libri, oggetti che mi vengono addosso, con simpatia e impeto, dalle pareti, dai tavoli, dai mobili, in quel “disordine” necessario all’artista per vivere, per essere in “mezzo”, cioè dentro, al mondo, ai suoi (e ai nostri) problemi, per proporre alternative e soluzioni. Il lettore m’ha capito: qui non c’è nulla di asettico, ma tutto mi contagia, mi involve, m’avviluppa. E’ una conchiglia, questo studio, che richiude le sue valve e mi cattura. E Piero Cicoli? Ovviamente ne è l’autore, l’attore e il regista. Con quell’aria che si porta addosso di perenne ragazzone, staglia nel colore le sue sentenze, analista acuto e senza complessi, d’una umanità certamente bisognosa d’essere capita e aiutata, ma soprattutto d’essere sferzata, e con vigore e con ironia.

E certamente la ventina di opere che sta approntando – attuali, recenti e meno recenti – per la mostra di maggio presso la nuova galleria milanese di Gini (vecchia conoscenza, cui va il mio augurale saluto) rappresenta il sunto della sua filosofia estetica e del suo pensiero sociale, i colori sono vivaci, forti; in talune tele, per esempio quelle delle fumatrici, addirittura sono esplosivi, con tonalità di rossi accesi, aggressivi, che scottano. E’ l’anima policroma del vecchio ceramista che sorte fuori, inossidabile retaggio d’Urbania, della scuola di Federico Melis, che il nostro Piero ebbe modo di seguire contemporaneamente ai corsi dell’Istituto di Belle Arti di Urbino. Il richiamo al post espressionismo, poi, è evidente in tutte, o quasi, le tele di Piero Cicoli; per lui è un modo d’esprimersi che può anche modificarsi e non soltanto per il trascorrere dei lustri (come è d’uso ritenere: più anni uguale a più maturità), ma sicuramente per il variare dello stato d’animo, indipendentemente dall’età, a causa di colpi e contraccolpi che arrivano dall’esterno. Ecco, allora, certe figure sfatte, in dissolvimento che sono la denuncia inequivocabile d’una società che ha molto da farsi perdonare. C’è inoltre, ed è spiccata nel nostro artista, una sensibilità che definisco di “estrazione”, una specie di impronta originale che uno si porta dietro come un marchio di fabbrica. Cicoli nacque da famiglia contadina. Avrebbe fatto pur’egli il contadino in quelle terre meravigliose delle Marche dove le colline coltivate sembran quadri di bellezza delicata, meditata e voluta, che il viandante ammira, a perdita d’occhio, dalle stradine snodatesi in cresta, vero palcoscenico naturale.

Forse, col tempo, immerso in tanti colori, avrebbe anche dipinto per istinto.

Ma il destino volle che un prete, don Corrado Leonardi, intuisse le doti del ragazzino della parrocchia e insistesse in famiglia per una destinazione non tradizionale. Ciò significò radicale cambiamento di rotta, con i finale studi d’arte. Ma la vita dura della sua gente, Cicoli se la porta dentro ancor oggi. Basta guardare certi ritratti per leggere la fatica, piena di dignità, ma sempre fatica, sui volti cotti dal sole, su mani raggrinzite dall’asprezza e dal peso del lavoro. Alludo a quadri come La Sunta, come La Migna, popolane, contadine, immagini d’una sacralità al di sopra di tutte le confessioni; è impegnata la Migna, pure a lavar panni per i ricchi

Per rimediare qualche lira. I ricchi, già, i ricchi; anch’essi non sfuggono al pennello di Piero, che li colpisce con ironia dissacrante, come fa tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, con i politici nostrani che catafrange in inusitati paludamenti.

E’ dunque, il suo, un operare sull’uomo e per l’uomo, su di una umanità sempre presente, che sento alitare anche nel melograno spezzato di una Natura Morta; è la denuncia continua espressa con la pienezza dell’arte, al di fuori di ogni artificio, dove la vivacità del colore sintetizza il dramma e aumenta il peso di un J’accuse che non può rimanere inascoltato.

Luigi Piatti

30 marzo 1998

2001 - Silvio Zanella, Catalogo: Incontri, Piero Cicoli, Antologica, Liceo Artistico A.Frattini, Varese

LICEO ARTISTICO A.FRATTINI VARESE

INCONTRI -PIERO CICOLI
MOSTRA ANTOLOGICA 1956-2001

L’ULTIMO DISCENDENTE DELLA RINASCIMENTALE ARTE UMBRA – URBINATE

 

L’arte di Piero Cicoli – complessa sia per le culture assimilate dall’artista sia per le poetiche preferite dall’uomo – si manifesta prevalentemente attraverso immagini figurative ma sovente, queste, risultano contaminate da forme e da linguaggi che discendono dall’avanguardia.

Per meglio penetrare in una simile arte, credo possa risultare utile mettere in luce il ruolo determinante che hanno avuto – nel periodo della formazione – i capolavori che Cicoli ha incontrato; quelli responsabili della sua chiamata all’arte.

Non vi è dubbio che la “folgorazione” discenda dalla grande scuola rinascimentale umbra - urbinate.  L’alta classicità di quelle opere è entrata stabilmente nel suo animo e nella sua mente. Allo stesso modo la sua terra e i suoi uomini sono nel suo sangue tanto da impegnare l’artista a doverli sempre testimoniare nella propria pittura. Poi i suoi studi nella celebre scuola di Urbino lo hanno reso consapevole del valore del “mestiere” e del ruolo che la “qualità” assume nella creazione di opere di arte visiva.

Quelle radici urbinate danno alla pittura di questo artista la concretezza classica e il costante amore del costruire le forme ( e del disfarle consapevolmente) e stimolano l’esigenza di raccontare per immagini la vita degli uomini: vita così mutevole e così uguale nella sostanza.

La cultura contemporanea europea completa la sua formazione, ma entro i limiti che la forte personalità dell’artista consente. Interessato più all’ “essere” che all’ “apparire” dell’uomo Cicoli è rimasto attento osservatore, anzi scrutatore, dei suoi simili attraverso gli occhi dell’anima piuttosto che con quelli fisici del corpo; in ciò assai vicino alla posizione esistenziale dei pittori espressionisti. Non soltanto a quelli del primo decennio del XX secolo, ma a tutti quelli che lungo l’intero secolo hanno rinnovato tale linguaggio. Possiamo definire espressionista tutta l’arte di Cicoli, ma conviene penetrarne le evoluzioni per individuare i periodi. Già i disegni, gli studi, i veloci schizzi colti dal vero negli anni che vanno dal ’56 al 68 mostrano che questo artista non è assimilabile con quelli che operano nell’ambito dei tanti realismi. Il suo occhio, ansioso e a volte persino crudele, non si ferma alle apparenze esterne: preciso come un chirurgo perviene al nucleo e all’essenza delle cose, sintetizza, deforma, esprime. 

A partire dal 69 fino al 72 avviene “l’incontro – scontro” di Cicoli con le avanguardie artistiche. Contemporaneamente il pittore usa forme astratto – geometriche – dinamiche, secche e precise, e ( per spontanea reazione? ) ne frantuma le superfici con una brulicante materia pittorica segnica informale. In quelle opere l’immagine dell’uomo scompare. S tratta però di una momentanea eclisse che porta con sé frutti copiosi per la ricchezza del “mestiere” sperimentato e per la libertà acquisita nel suo uso.

La parentesi si chiude nel 73 e la figurazione dell’uomo si ripresenta dominante e protagonista. E’ un protagonismo grintoso, urlante, che evidenzia la durezza della lotta umana giunta alla soglia della crudele cattiveria, significante le tensioni in atto nella società di quegli anni. In questo periodo l’artista traduce le agitazioni del suo animo in violente deformazioni somatiche, trasforma l’immagine dell’uomo in solidi e compatti volumi contrapposti alle forme inafferrabili delle instabili mani, in tagli scultorei postcubisti squadrati, in contrasti di luci violente e ombre profonde.

Tutto è dominato da una perizia esecutiva che rivela l’intima gioia del fare pittura e di potersi esprimere con essa, senza riserve, pienamente e apertamente. Negli anni che seguono, fino al decennio successivo, nasce la serie dei “personaggi” politici, unitamente ad una ricca produzione di nature morte talmente cariche di emotività da trasformare una melagrana in un personaggio.

Negli anni ottanta il tumulto formale di Cicoli si placa; in larga misura scompaiono le contaminazioni ed emerge una visione della realtà più familiare. Serena, tersa e nitida, senza sbavature, carica di espressività e di caratterizzazioni.

Evidentemente la dote naturale di questo artista è la mobilità e l’insofferenza: deve continuamente rinnovarsi, anche a costo di smentirsi.

Lungo gli anni novanta il nitore e la serenità scemano e il tumulto riemerge, meno crudele, ma non meno penetrante e rivelatore di sentimenti e passioni. Le sue larghe campiture cromatiche sono ora percorse da segni e disegni guizzanti: come vene in un corpo. La dinamica delle opere di quest’ultimo periodo si concentra nello scuotimento delle luci e nella caratteristica instabilità delle mani.

Nelle evoluzioni formali che contraddistinguono i successivi periodi dell’arte di Cicoli spiccano alcuni riferimenti rimasti inamovibili: la presenza dell’uomo come centro dell’opera, la pittura – pittura, la regia della luce, il colore cantante.

Queste sono le impronte digitali dell’ultimo discendente della rinascimentale arte Umbra – Urbinate rivista e rinnovata.

 

Gennaio 2001   
Silvio Zanella
Consulente Centro sistema Museale
Per l’arte contemporanea della Regione Lombardia
Civica Galleria, Gallarate

 

2001 - Ettore Ceriani: La figura e dintorni, Piero Cicoli ,Spazio Rossi , Liceo Artistico "Frattini" Varese, Lombardia Oggi

 

Bella antologica di Piero Cicoli all’Artistico di Varese

LA FIGURA E DINTORNI

Un’antologica stringata ma splendida  quella di Piero Cicoli allestita allo Spazio Rossi dal Liceo Artistico di Varese, dove l’artista è stato per anni apprezzato  docente di Figura. Costruita con lucidità didattica attraverso un percorso cronologico che esalta la coerenza della sua  ricerca,  circostanziando nel contempo i mutamenti di definizione stilistica, questa mostra rappresenta una probante dimostrazione delle grandi capacità esecutive ed espressive di questo autore. Cicoli ha una vivace personalità artistica, di vigoroso spessore culturale, ancorata a un espressionismo saldamente legato  all’esperienza  umana e alla persona. La mostra a Varese è appunto allestita attorno alla figura, da oltre quaranta anni studiata, scandagliata, recuperata a una figurazione dagli accenti tendenzialmente veristici,ma stravolta da un  segno  inquieto e incombente  indaga e scarnifica, quasi a voler far emergere sembianze elementari in cui appare esplicita la disumanizzazione del nostro tempo. I suoi sono ritratti di intonazione psicologica nei quali la deformazione grafica e l’accentuazione cromatica corrispondono a schiette istanze etiche ed emotive. Si parte dai primi lavori del ’56, in cui un segno puntuale e riflessivo cerca incisiva rispondenza interiore, e si arriva nei primi anni Settanta a una pittura attenta all’attualità, segnata da angosciose trasfigurazioni formali e dilatazioni prospettiche. Quindi,dopo un periodo di crudo realismo votato al sociale, ecco dal ’90 in poi l’ultima sorprendente fase con un colore tanto sontuoso e lirico nelle  risonanze quanto incisivo nel riportare alla luce profondi  moti interiori e un segno acuto che vaga libero  creando lancinanti  tensioni. (Ettore Ceriani)

 

--Piero Cicoli – A Varese, Spazio Rossi del Liceo Artistico “Frattini”, Viale Milano, 14

fino al 27 aprile; orari: 9 –

Lombardia Oggi   25 Aprile 2001

 

2001 - Francesca Marcellini: Ritratti di Urbanista, intervista a Piero Cicoli, TicinoNews.com

 

Ticino News

Ritratti di urbanista

Intervista a Piero Cicoli, pittore marchigiano adottato da Varese

Il classicismo rinascimentale della terra dove è nato, Urbania, diventa l’elemento autobiografico dal quale è necessario partire per conoscere il percorso artistico e umano di Piero Cicoli. “Chi vive la cultura del Quattrocento urbinate scrive Corrado Leonardi nella sua natura, non può essere che un umanista nel termine etimologico più schietto e più moderno e può produrre solo un’opera d’arte da definirsi, nel tempo e nello spazio, ancora classica”. Così, l’attenzione e la preoccupazione per il destino dell’uomo, le condizioni di incomunicabilità, solitudine, falsità dei miti della nostra società, si fanno oggetto dell’indagine di Cicoli. Un’indagine ritrattistica, nel senso di “viaggio esplorativo all’esterno e all’interno dell’uomo contemporaneo”, l’espressione intensa di un dramma stagliata in un colore esplosivo, forte, acceso. Come si avvicina alla scelta di una pittura carica di passione per l’esistenza? Frequentavo l’Istituto di Belle Arti di Urbino e un insegnante una volta ci portò a una mostra dell’espressionismo. Noi studenti, abituati a una figurazione calda e tranquilla, abbiamo avuto un impatto talmente forte da stravolgere la nostra abituale pratica del disegno. Macchie, colori e rigoni, hanno sostituito il segno nell’intento di alterare la realtà fino allora rappresentata. E’ stato un impulso liberatorio e l’occasione per una ricerca iniziata come imitazione, ma presto maturata come scelta consapevole. Infatti è dal quel momento che ho iniziato a vedere, pensare e disegnare espressionista. Nelle fasi della sua ricerca, la scelta dei soggetti sembra attraversare passaggi significativi… La formazione ricevuta mi ha portato verso certe scelte. Inizialmente, nel periodo degli anni ’70 in cui mi ritenevo espressionista esistenziale, ho preso come modello l’uomo importante in grado di comandare, distruggere, sopprimere. Una sorta difagogitatore, inteso come colui che inghiotte gli altri. In seguito, per quasi tutto il decennio degli anni ’80, ho voluto rappresentare il politico, detentore di quell’astratto congegno che è il potere, nella sua condizione più umana e grottesca. Un uomo clown prigioniero di se stesso e del proprio bisogno di essere sempre visibile, costantemente alla ribalta. Nella fase successiva i soggetti sono le persone povere, uomini e donne silenziosi che hanno sempre lavorato con grande dignità, ma hanno avuto ben poco dalla vita. Alcune di queste persone non volevano apparire riconoscibili e mi chiedevano di rappresentare la sofferenza, ma non il loro volto. Il contesto esprime questo disagio? Il contesto è sicuramente un aspetto molto importante. In particolar modo è sempre evidente nei miei quadri la struttura di fondo, come elemento spesso rigido e legato a un modo di impostare la figura proprio della terra classico-rinascimentale dalla quale provengo. Urbino è la città ideale dove tutto ha misura, logica e pulizia. Nei miei dipinti ogni cosa può muoversi- basti pensare alle mani- tranne questa impaginazione classica. Le mani come segno di una condizione umana indagata con attenzione? Le mani sono particolarmente significative nei miei lavori. Sono quelle che danno, tolgono, creano, modellano, ma sempre al servizio del cervello. Le mani dei miei personaggi mutano con loro, così possono apparire ferme, decise, rigide oppure gonfie, sfatte e in continuo movimento. Anche il fumo, che avvolge soprattutto le figure femminili, è un elemento spesso ricorrente… E’ pittoricamente casuale, non mi sono posto il problema di identificare una ragione precisa che motivi questa scelta. Certo questi personaggi avvolti e assorbiti dal fumo, possono far pensare ad un dissolvimento della figura a vantaggio, per esempio, del colore… Il periodo di tempo trascorso in Sardegna tra il ’67 e il ’71 a contatto con una natura aspra e primitiva, ha lasciato un segno nella sua fantasia figurativa? Gli anni di insegnamento in Sardegna in quel particolare periodo, hanno lasciato una traccia straordinaria. Non si può essere che espressionisti dopo un’esperienza simile accanto a persone semplici, schive, pastori di poche parole e donne nere misteriose, immersi nell’autenticità di una natura primitiva. La sua attenzione per l’uomo emerge anche nella pratica dell’insegnamento da sempre affiancata a quella artistica… L’uomo ha sempre rappresentato la fonte di ispirazione di tutto il mio operare e l’insegnamento mi ha permesso di conoscere ancora più da vicino questa realtà. Un vero arricchimento umano e artistico maturato in un percorso compiuto insieme ai ragazzi. E’ stata una ricerca costante senza la certezza del risultato. Una ricerca fatta di vivacità, inventiva e trasgressione, per trovare nuovi modi di guardare le cose. Il discorso sulla figura, anche quando pare abbandonato per lasciare posto all’esercizio, non scompare mai del tutto... Ho attraversato alcune fasi di ricerca nelle quali si è verificato uno spostamento dei modi espressivi e dove ho sperimentato la possibilità di utilizzare un linguaggio più indiretto. In questi casi c’è una tendenza ad essere meno legato alla figurazione, ma è un abbandono transitorio, quasi un momento di pausa dove cerco di fare altro. E’ un po’ un occhio rivolto a quanto accade nel mondo dell’arte. E cosa riconosce questo occhio? Riconosce un mondo dove si teorizza troppo e si lavora poco. Molti artisti si rifugiano in un discorso facile, si limitano a parlare, a giustificare il gesto. Non si può considerare ogni segno senza storia un’opera d’arte. Un’opera d’arte è fatta di poesia, sensazioni, sentimenti, musica, scrittura, pensieri, lavoro. In quanto insegnante, mi considero aperto e pronto a tutti i linguaggi e ad ogni sperimentazione, ma non posso accettare che si riducano a gestualità isolata e spesso a pura imitazione. Penso che il vero problema sia la mancanza di cultura, di conoscenza della storia e di quanto è posto alla base di una certa creazione artistica.

 

2001 - Erika La Rosa: Piero Cicoli, intenso "espressionista" dell'animo umano, Arte, Vareseweb

 

Piero Cicoli nel suo studio
Il sito dell'artista


La cravatta rossa
1974


Attesa
1990


Fumatrice
2001

 

 

Piero Cicoli, intenso "espressionista" dell'animo umano

Intenso narratore dell'uomo e della sua anima. Sensibile osservatore del mondo che ci circonda, Piero Cicoli espone il suo lungo percorso artistico, dai primi anni Cinquanta agli ultimi lavori del 2001, in una mostra antologica presso il Liceo Artistico di Varese. 

Ci accoglie nel suo studio varesino con la disponibilità e la gentilezza che gli è propria. Tra tele, pennelli e il disordine affascinante di un luogo d'arte si racconta ripercorrendo la forte passione per l'arte che lo accompagna da quando era bambino. Marchigiano di origine ma varesino da oltre trent'anni Cicoli è un artista eterogeneo: nasce come ceramista, si specializza in litografia ma nella sua vita è sopratutto pittore. Non importa il mezzo con cui si esprime, egli rimane sempre fedele a se stesso e alla profonda ammirazione per l'espressionismo.

«Ho trascorso la mia infanzia ad Urbania nelle Marche dove sono nato - spiega Cicoli- un piccolo paese di provincia che allora non offriva grandi speranze per il futuro. Ero molto bravo a disegnare ma non avevo la possibilità di studiare. Grazie alla benevolenza del Monsignore di Urbania e dello scultore ceramista Federico Melis fui incoraggiato a frequentare la scuola di Urbino. Mantenendomi agli studi frequentai la "Scuola del libro" di Urbino diplomandomi in litografia».

L'artista  ricorda con intensità quegli anni urbinati, le giornate trascorse a parlare di arte e quella atmosfera magica tipica della città marchigiana. Nonostante Cicoli abbia vissuto in Sardegna e in Lombardia per molti anni, il ricordo della sua terra è sempre vivo, nel suo essere e nell'espressività dei suoi quadri. «Le Marche ritornano nei miei quadri - continua Cicoli - sia nei soggetti,persone umili e semplici che nell'impianto razionale delle tele ereditato dalla tradizione rinascimentale e dal rigore di Piero della Francesca». Insieme ad un gruppo di amici marchigiani residenti a Varese fonda nel 1972 il "Gruppo diMontefeltro", con Corrado Cascioli, Adriana Galoppi, Paolo Paoli, EgizianoPiersantini, e Otello Sisti. Un gruppo unito non tanto da una espressività artistica comune ma dal forte legame con la terra di origine. 

L'artista è sempre stato legato al figurativo, alla rappresentazione del mondo e dell'uomo. Non un semplice ritratto della realtà ma un'interpretazione di ciò che la realtà può essere: da qui nascono le figure deformate dalla cattiveria o dalla miseria umana, da qui nascono le rivisitazioni degli eventi storici più significativi degli anni anni Sessanta e Settanta. Una soggettività prorompente che gli deriva dall'ammirazione dell'espressionismo tedesco. «Alla fine degli anni Cinquanta rimasi "fulminato" dalle tele esposte in una mostra dedicata all'espressionismo. Colori, forme e forte impatto visivo che mi fecero innamorare di quel particolare modo di vedere la realtà . Da allora ho continuato a studiare le correnti a cavallo del Novecento come Kandinsky e quelle più recenti diKokoska e Bacon. Anche quando mi avvicinai all'informale e all'astrattismo non abbandonai mai completamente l'espressionismo».

Il soggetto preferito di Piero Cicoli è l'uomo. L'uomo semplice e l'uomo potente, l'uomo che dà e l'uomo che arraffa, l'uomo che subisce e l'uomo che si impone. L'uomo colto nelle sue azioni quotidiane. «Mi diverto a rappresentare ciò che vedo io nell'uomo. Nella mia pittura ho attraversato diverse fasi in cui privilegiavo ora gli umili ora i protagonisti della politica e del potere». Una espressività forte derivata dall'uso forte del colore: «Il colore è fondamentale. È un linguaggio che assume un'importanza straordinaria. Nell'uso del colore emerge anche la mia origine di ceramista. Nella decorazione della ceramica, infatti, bisogna utilizzare lo smalto dai colori forti e corposi».

Erika La Rosa

La mostra
Quando: dal 5 al 25 aprile
Dove: Liceo Artistico, spazio Luigi Rossi, Varese
Orario: dal lunedì al venerdì 9-18, sabato 9-13.30, domenica chiuso

 

arte@vareseweb.it
Redazione Via Gallarate 58 - Gazzada Tel 0332-802452 Fax 0332-802433

 

 

 

 

2002 - Ermanno Morosi: Catalogo: Piero Cicoli: L'enigma dell'esistere, Spazio Zero, Gallarate

 

SPAZIO ZERO
ARTE & CULTURA
GALLARATE

19 MAGGIO 2 GIUGNO 2002

PIERO CICOLI

L'ENIGMA DELL'ESISTERE

 

Ciò che caratterizza il percorso di tanti artisti contemporanei è la nettezza di una scelta di campo, come se l’arte dovesse de-cidere, tagliare in modo radicale delle opzioni nel reale. E siccome “omnis adfirmatio est negatio”, ognuna di queste scelte comporta una rinuncia evidente alla complessità della realtà. L’ideologia inevitabilmente semplifica, lungo direttrici e assi cartesiani che geometrizzano il mondo e lo riducono a fredda astrazione. Pensavo a questo forte impianto metafisico di tanta arte novecentesca nello studio di Piero Cicoli, in mezzo al fecondo disordine di tele che interrogano come apparizioni inquietanti. E concludevo che Piero Cicoli questa scelta radicale non l’ha compiuta e che questo è anzi il segno della vita segreta e poetica che anima i suoi lavori. Vi si intravede un artista che si lascia interrogare, fascinare, sedurre da modelli di svariata natura, il cui espressionismo ed esistenzialismo pittorico si  colloca sulla linea metaforica della condensazione e della contaminazione. Si rimane spiazzati da questa pittura che non si può classificare attraverso le consunte divisioni binarie.

Ora, per quanto paradossale ciò possa apparire, il fatto che Piero Cicoli non abbia compiuto una scelta è esso stesso la scelta più radicale a favore della complicazione del reale, un  reale che l’artista coglie inevitabilmente con uno sguardo non vergine ma già carico di quelle teorie ed immagini che costituiscono la storia dell’arte. E non si tratta, si badi bene,

di eclettismo, ché quello obbedisce piuttosto al principio della giustapposizione metonimica. La metafora di Cicoli, come ogni autentica metafora poetica, unifica, surdetermina stili e linguaggi, riconducendoli a quel punto di unità, a quel crogiolo di autenticità che solo la fedeltà a sé stessi è in grado di assicurare.

Nel visitare idealmente questa mostra, partiamo proprio da qui, da quella massima unità che è il simbolo, luogo arcano, nocciolo segreto, in cui l’arte raccoglie il suo mistero. Ai simboli ci si deve accostare rispettosi della loro sacralità, perché ogni interpretazione univoca tesa a decodificarne il significato rappresenta un modo per violarne brutalmente l’intima connessione degli elementi. Non faremo perciò i voyeurs delle “nature morte” (ma saranno poi morte davvero?) di Cicoli. Piuttosto, con uno sguardo umile ci limitiamo a osservare che il melograno – da sempre firma figurata di Cicoli – in queste sue recenti produzioni appare sempre più sfasciato, scoppiato, in preda a un processo di autodissolvimento e di decomposizione mortifera. E’ una realtà che si liquefa, si spappola, tiene sempre meno, costretta a rinunciare alla propria consistenza. Così, per utilizzare la splendida metafora dell’eros platonico, le due tessere del simbolo non si incollano più, impossibilitate a riunificarsi. La rottura metafisica che si incunea nel reale appare questa volta definitiva, come una patologia ontologica, come una ferita da cui la realtà si dissangua. Ecco forse perché la natura di Cicoli vive la vita dell’uomo, in prospettiva antropocentrica. Non è, perciò, un caso che anche questi lavori più recenti siano dominati dalla figura umana, di cui qui si accentuano i caratteri esistenziali, a scapito forse delle connotazioni sociologiche che avevano caratterizzato le figure delle sue prime contadine e dei suoi derelitti, autentica epica della terra. La donna, protagonista di questa mostra si fa enigmatica, lavorata da sottili vibrazioni luminose, dall’intersecarsi furioso e scomposto delle linee, dall’accensione fiammeggiante dei pigmenti.

Qui la pittura, messa di fronte a volti caricaturali, avvolti dal cerone dell’ironia, con l’occhio ridotto alla profondità insondabile di una macchia, cessa definitivamente di narrare. Espressionismo quasi allo stato puro, che non vuole più alludere a connotazioni di classe, ma si configura come analitica esistenziale.  Oltre la società, oltre la psicologia, nel tentativo di denudare l’esistenza, tratteggiandone col pennello le cicatrici della crisi. Ed è il fumo, con la sua pesante matericità vischiosa e con la sua capacità di complicare la figura trasformandola in geroglifico e in arabesco, la nuova componente simbolica di questa dissoluzione della soggettività.

E infine, attorno a queste inquiete ed inquietanti figure femminili, fumatrici dissolte dal loro stesso fumo, compare anche il paesaggio. Sembrerebbe il ritorno a un genere codificato, un omaggio, inconsueto per Piero Cicoli, laterale rispetto alla strada maestra del suo percorso, al più realistico degli approcci. Così non è per queste periferie geometrizzate, per queste campiture di colore entro le quali si ammassano particolari, scorci, squarci di natura che non si saldano nell’unità del paesaggio, che non possono essere guardati in prospettiva centrale da uno sguardo ecologicamente appagato. Cicoli stesso mi ha definito questi pezzi di natura come i vestiti della donna, come suoi accessori, come prolungamenti della sua esistenza. Oserei aggiungere che sembrano organi decentrati di un ‘corps morcélé’, come se tutti i dipinti messi in mostra, ruotando intorno alla donna con fumo, ne costituissero visioni parziali, angolature strambe di un corpo tentacolare che esce fuori dai rigidi confini del dipinto. Pezzi di corpo sono anche, nella loro intensa matericità, lavorata con la sapienza di un artigianato antico che Cicoli porta impresso nel DNA della sua terra natia, i piatti in ceramica, nei quali il progetto di dissoluzione della figura si è ormai compiuto, lasciando come residuo violente accensioni acromatiche, irruzioni di un colore così puro da rendersi capace di metaforizzare le essenze.

E’ perciò forse questa la prospettiva entro la quale collocarsi per visitare la mostra di Piero Cicoli: tentare di raccogliere in unità (non è forse questa la logica del simbolo?) gli scorci che l’occhio qua e là raccoglie, riconducendoli al centro, dove troneggia quell’umanità dolente e disfatta cui Cicoli rende omaggio. Ricordandosi che sempre, fors’anche solo in modo allusivo, “de te fabula narratur”.

                                                                                                                                                                            Ermanno Morosi

Aprile 2002

 

2005 - Silvia Cuppini: Catalogo, Piero Cicoli - Composizione, Scomposizione, Decomposizione - Studio Augusto Ranocchi, Urbino

 

STUDIO AUGUSTO RANOCCHI
URBINO

PALAZZO DEL CORTEGIANO
VIA VETERANI,1
17 SETTEMBRE – 15 OTTOBRE 2005

PIERO CICOLI

Composizione, Scomposizione, Decomposizione

Dipinti e Ceramiche

a cura di Silvia Cuppini

 

La mostra che Piero Cicoli dedica ad Urbino inizia dalla Immacolata Concezione nella chiesa parrocchiale di Gallo di Petriano. Molti visitatori dell’esposizione dell’artista durantino nelle sale, che Augusto Ranocchi ha allestito nel piano nobile di un antico palazzo urbinate prospiciente il Duomo con vista sulla piazza ad ali del Palazzo Ducale, si chiederanno se vale veramente la pena percorrere quei dieci chilometri per vedere un lavoro giovanile di un artista che ha raggiunto con i suoi dipinti la pienezza dello stile. Con questa opera di dimensioni veramente notevoli, costituita di quaranta pezzi, si ripercorrono le fasi formative di Piero Cicoli, quando giovane allievo, frequentava il laboratorio di Federico Melis ad Urbania. La manipolazione dell’argilla educa la mente e la mano ai valori dei vuoti e dei pieni, ai valori tridimensionali, la decorazione del biscotto e il forno educano alla composizione delle tonalità e al controllo delle variazioni delle stesse.

Il grande bassorilievo occupa il catino absidale della chiesa. La figura della vergine poggia su un corpo sferico che raffigura il cielo, infatti è attraversato dal cerchio dello zodiaco su cui spiccano i segni dello scorpione e della bilancia, e si prolunga a destra  nell’insorgere dei pianeti, il piede sinistro è nascosto dalla veste su cui si imprime lo stelo di un giglio, confitto sulla testa del serpente. Dal ventre e dal seno della donna si espande un disco di materia frammentata e coloratissima che allude alla donna dell’Apocalisse vestita di sole, sul capo una corona di stelle su fondo blu. L’opera, realizzata nella Ceramica C. Piccolpasso di Urbania, è firmata in basso a destra e datata1969.

La dissoluzione della forma, il prevalere della materia sulla forma, il gusto espressionista del colore, il tema della donna, sono alcuni degli elementi caratterizzanti la ricerca artistica che Piero Cicoli condurrà con tenacia e con intenti innovativi in contesti diversi come in Sardegna e soprattutto nell’ambiente milanese, dove si troverà a lavorare.

Fedele ai generi classici della pittura, Piero Cicoli restituisce con i suoi quadri una rilettura del ritratto, della natura morta e del paesaggio, mentre con la ceramica la libertà del gesto che nasce dentro l’esercizio severo della composizione nel bidimensionale della tela.

Dalla voce dell’artista ho appreso come il colore si possa lasciar correre sulla superficie del biscotto semplicemente imprimendo con la forza delle braccia movimenti adeguati alla forma del piatto, al contrario come sulla tela la stesura del pigmento si compia nei modi tradizionali del pennello, nella tenuta della forma.

La rappresentazione della figura umana è al centro della cultura figurativa occidentale e per ogni artista è irrinunciabile punto di riferimento, anche se a partire dalle Avanguardie storiche tende a prevalere la tematica dell’oggetto. Accanto alle ricerche espressioniste, piegate alle ragioni, della deformazione della figura, molto precocemente si sono sviluppate quelle astratte come tensione verso un assoluto artistico, come quelle di Kandinskji, di Malevic, di Mondrian.

Piero Cicoli non si sottrae al dibattito, a volte intensamente partecipato dell’apparente fine dell’arte, e, come Bacon e Moore nella seconda metà del Novecento, non si allontana dai contenuti classici della pittura, dichiarando la sua adesione ai generi. La figura, connotata inizialmente dal ritratto, convive con la natura morta. Sono degli anni Ottanta La Sunta, Le ospiti, Oleum Infirmorum, Pensiero su Venezia, dove il melograno spaccato accompagna con le sue colature rosse la storia di volti, di mani, di abiticomposti in ritratti. Anche quando il frutto del melograno centra assoluto la composizione non è mai natura morta. Il melograno di Cicoli non si può associare alle composizioni di bottiglie, fruttiere, tazze di Moranti, porta con sé il senso di realtà vivente, frammento palpitante di un corpo, sesso di donna, ricchezza di sangue, con la stessa drammatica valenza del Bue spaccato di Rembrandt.

Nelle opere recenti, alcune delle quali compaiono nella mostra urbinate, la domanda sulla composizione trova nel pittore una risposta dapprima nella scomposizione, poi nella decomposizione: le figure, gli oggetti non sono più sottoposti a lacerazioni o alterazioni, ma sono analizzati nelle loro parti costitutive, come corpi geometrici, già privi di consistenza materiale. Quando le ragioni dell’esistente prevalgono ancora, la sostanza pittorica opera la decomposizione: i colori si mescolano, sfumano, rendendo vana e irraggiungibile ogni verità della forma. La serie delle donne che fumano si compongono più con il paesaggio che con la natura morta. Case anonime di periferia si stendono come cubi o parallelepipedi forati da finestre e porte che non aprono varchi su nessuna storia di interni, tutto si riscatta nella leggerezza dell’aria,dove gli aquiloni trasportano lontano da terra , nell’aria, il pensiero puro dell’artista di una ricomposta geometria del colore.

2005 - Ermanno Morosi: Piero Cicoli: Arte, Realtà, Poesia. Galleria Magenta - Nuova Dimensione, Magenta

 


ARTE  REALTA’ POESIA

PIERO CICOLI

di Ermanno Morosi
2005

SPAZIO NUOVA DIMENSIONE

   

Una vita artistica  è un’avventura chiusa tra due dimensioni che solo all’apparenza sono contraddittorie: l’imprinting – l’origine, la collocazione – e lo sviluppo. L’artista è ciò che il punto di partenza, le condizioni iniziali, fanno essere, e insieme cambia, si evolve, e quando non rinnega la sua origine comunque la modifica. Un filosofo esistenzialista direbbe, insomma, che l’artista è un impasto di essenza e di essenza: è ciò che è ed è ciò che diviene.

L’arché di Piero Cicoli è collocata ad Urbino: l’arte, quella grande, prima ancora di apprenderla e di insegnarla, l’ha negli occhi, si direbbe, con una metafora biologica, nel DNA. Un’arte che all’origine è strettamente legata a un mestiere, a una tecnica, quella della ceramica, tipica della sua terra. È così che il futuro (ma già) artista impara il mestiere. Prima considerazione ovvia, ma non scontata: l’artista è un lavoratore; senza il mestiere, senza la dura e appassionata applicazione, senza l’apprendimento di tecniche raffinatissime ed antichissime, non si dà arte. Eppure – e Cicoli lo dimostra – le tecniche, per diventare arte, devono essere metabolizzate, da impalcatura esteriore diventare carne e sangue. L’artista è, nella sua più profonda esperienza personale, l’insieme delle sue tecniche. Non le usa come strumento esteriore, esse sono il motore stesso della sua energia creativa. È qui, mi pare, il primo e fondamentale motivo della produzione artistica di Piero, in questo intreccio mobilissimo di arte e di mestiere. E chi come me per anni ha avuto il privilegio di vederlo insegnare, al Liceo Artistico prima e all’Accademia poi, è rimasto segnato da questa evidenza. Ed ecco la seconda, anch’essa ovvia, considerazione: quando l’arte è siffatta interiorizzazione del mondo (della storia, dell’arte, delle sue tecniche, eccetera), l’arte rivela immediatamente una sostanza etica. L’essere dell’opera rivela il dover essere, allude al valore. È la bellezza sostanziata di valori, l’antica sintesi di kalòs kaì agathòs.

Un’arte centrata sempre sull’uomo, impegnata sempre a coglierne l’esistenza. Sta qui, credo, la cifra del realismo di Cicoli. Realismo nel senso più nobile del termine, come passione e impegno etico nei confronti della realtà. Così inteso, il termine realismo può abbracciare e attraversare in continuità tutta la sua produzione: dalle opere più decisamente “figurative” degli esordi, con forti riferimenti sociologici ed esistenziali, sino a quelle più recenti, più attente al gioco formale della scomposizione dello spazio (di ascendenza post-astrattista) e alle accensioni cromatiche (di ascendenza post-espressionistica). Il realismo dunque non implica una precisa indicazione stilistica, una netta scelta di campo formale: Cicoli può far propri diversi codici linguistici della contemporaneità artistica perché, nel momento in cui li assimila e li usa, li piega immediatamente alla sua passione per il reale. Anche le forme (come poc’anzi dicevamo delle tecniche) nell’arte, quella vera, non sono mai fini a se stesse. Lì non c’è nulla di gratuito; anche quando pare che si giochi con le forme, si tratta di un gioco molto serio. Piero esprime se stesso. Lo spazio-mondo della sua pittura è lo spazio-mondo della sua esistenza. Si vedano così, nelle produzioni in catalogo, dalle “geometrie” del paesaggio e degli aquiloni alle vibrazioni coloristiche di fumo con donna, le infinite variazioni di uno spazio-mondo che non ha mai valenza descrittiva né formale. Il problema non è quello geometrico della scomposizione dello spazio, poiché nei dipinti di Cicoli le scansioni spaziali sono sempre inquadrature del reale, la cui pellicola, nella sua complessità, è l’esistenza stessa. Ed è così che il colore, nelle sue campiture accese, talora fiammeggianti, diventa il protagonista di una autobiografia esistenziale spezzata, ricomposta dipinto su dipinto, fotogramma su fotogramma.

E non si cerchino in queste opere simbolismi da interpretare. Sarebbe troppo facile e superficiale leggere nei melograni, negli aquiloni, negli scorci di periferia urbana, nelle donne che fumano, altrettanti soggetti da decodificare semioticamente, quasi fossero freudiane realizzazioni del desiderio. Ognuna di queste immagini è, semmai, simbolo nel senso nobile e platonico del termine: il dipinto è la metà di un coccio che si realizza nella sua interezza solo se riunificato all’esistenza che lo produce e al mondo che esprime. L’approccio al reale, così, non risulta formalistico ma poetico: le combinazioni ed intersecazioni degli spazi, gli scorci visionari, le vibrazioni e accensioni cromatiche e luministiche sono le metafore e le metonimie di questa poesia che disperde nelle moltiplicazione delle immagini pittoriche l’adesione appassionata – meravigliata e dolorante insieme – alla realtà antropologica. Ed ecco forse perché l’apice di questa poetica lo si raggiunge nelle maioliche. Non solo perché qui il cerchio si salda e si ritorna all’origine, a quell’imprinting da cui con queste brevi note siamo partiti. Ma anche perché qui spazio e colore, non più vincolati all’imperativo della rappresentazione, acquistano quella sovrana libertà che dell’arte è la cifra più autentica. E così le maioliche svelano la profondità di quel serio gioco di adesione al reale che costituisce il filo rosso della poetica dell’artista  durantino.

Ermanno Morosi - 2005

2006 - Ettore Ceriani: Quel verde melograno...Punto Oberdan, Castelseprio

 

PUNTO OBERDAN

INCONTRI CON L’ARTE E LA CULTURA
CASTELSEPRIO
17 SETTEMBRE – 1 OTTOBRE 2006

QUEL VERDE MELOGRANO…

La pittura di Piero Cicoli è fortemente improntata alla condizione esistenziale. Non già per una aprioristica ed allarmata diffidenza, né per abusate prevenzioni verso i suoi simili: l’uomo Cicoli è persona aperta e socialmente disponibile, che trova nell’aggregazione una delle sue maggiori occasioni di indagine.

A determinare la poetica di Piero sono altri motivi. Innanzitutto lo spessore culturale, inteso nella più vasta accezione del termine, che lo porta a diffidare del riduttivismo che negli ultimi decenni sta progressivamente invadendo i campi dell’informazione e dell’arte.

Piero ha fatto suo il senso della storia e quello della classicità, fissando i limiti entro i quali condurre il suo lavoro, ben attento a non superarli nell’ottica del ‘nuovo a tutti i costi’ ( spesso sprovvisto di ogni minimo sentore critico), ma senza deflettere da una convinta libertà d’espressione.

Ha poi recepito, e questo fa parte del suo carattere e della sua visione etica del ’fare arte’, che la dignità dell’Essere e la sua, per quanto dolorosa, esperienza sono sempre centrali nella vicenda artistica e non possono essere sostituite da altro tipo di consapevolezza.

Si comprende così come la sua pittura sia legata fondamentalmente e vocazionalmente al registro espressionistico. L’espressionismo è un movimento vasto, che comprende tutti i campi della creatività umana, teso ad interpretare la drammaticità della vita e la crisi degli ideali mediante una violenza delle forme al limite della deformazione (in qualche caso anche della mostruosità).

Cicoli non arriva a tal punto. Il suo è un espressionismo misurato, fortemente interiorizzato, anche se non manca di vigore espressivo. A trattenerlo è la consapevolezza che l’arte è comunque una fonte primaria di comunicazione e la natura, attraverso la sua immanente vitalità, è di per se stessa un modello espressionistico.

Ecco come nasce il ciclo dedicato al melograno, un frutto che con la sua forma, le sue screpolature, l’improvvisa apparizione di sanguinei chicchi al proprio interno (alcune tradizioni popolari parlano del sangue di Cristo, il sacrificio assoluto) diventa l’esempio visivo della frammentarietà della vita contemporanea.

Le forme nei suoi dipinti sono portate alla sintesi senza perdere del tutto il rimando alla forma (che diventa traccia di memoria più che riferimento alla realtà); la trama coloristica appare accentuata  quasi a fissare il grado di intensità della ricerca (ed anche la passione che la circostanzia); la tramatura coloristica si arricchisce di subitanee intuizioni, dettate da immaginifiche percezioni tachistiche; lo spazio si fa interiore, dimensionato da estese campiture che restringono la prospettiva verso il primo piano, quasi a non lasciare possibilità di evasione all’occhio dell’osservatore.

Il melograno diventa così metafora di un disagio che l’uomo porta dentro di sé come una spina lancinante, radice e fiore della breve avventura umana.

Ettore Ceriani

 

2008 – Stefania Barile: Catalogo: Dipendenza comunicativa, Galleria Ghiggini, Varese

 

GALLERIA D’ARTE GHIGGINI
Via Albuzzi 17
Varese
Dal 19 gennaio al 16 febbraio 2008

_____________

PIERO CICOLI

Dipendenza comunicativa

a cura di

Stefania Barile

 

Quando arte e pensiero giungono alla condivisione di problemi, obiettivi e passioni, allora anche la difficoltà del vivere, seppur complessa e talvolta addirittura enigmatica nel suo presentarsi come nel suo procedere, acquista ai nostri occhi una sostanza materica, un colore, un movimento, una forma risultando quindi visibile ed esperibile.

Sembra più semplice affrontare un problema quando lo abbiamo davanti, ben delineato in tutte le sue spaventose fattezze, piuttosto che immaginarne soltanto l’enormità e quindi anche l’insita proporzionale gravosità.

Se poi il dramma su cui discutere è allargato dal singolo individuo a tutta la società dall’età dell’adolescenza fino alla vecchiaia, l’importanza di un riferimento percettivo anche soltanto visivo risulta indubbiamente utile e necessario.

Attraverso l’arte pittorica di Piero Cicoli, soprattutto quella realizzata negli ultimi vent’anni, espressa nelle immagini degli ‘Ospiti’ (1987), delle ‘Fumatrici’ (2002) e dei ‘Viados’ (1989) è stato così possibile affrontare il problema della dipendenza. Da quella fisica, data dall’invalidità e dall’infermità della vecchiaia, a quella da fumo droga e alcool, la dipendenza viene raccontata da Cicoli in forme nitide e chiare con tonalità fredde ed acide nel dramma dell’abbandono negli ospizi e con una tecnica più libera ed informale per le figure dal pallore spettrale che rappresentano la crisi dell’individuo e la sua difficoltà psichica nell’affrontare la quotidianità.

Ma cosa significa affrontare la quotidianità? Lottare ogni giorno per far valere il nostro sé altrimenti sottomesso o conoscere, o meglio ri-conoscere, nella realtà un significato profondo da cercare disperatamente per dare un senso alla nostra vita?

Ci attende un viaggio nei sentieri della conoscenza di noi stessi per trovare la soluzione a questi interrogativi. Procediamo dunque attentamente nel percorso accompagnati dalle figure pittoriche offerte da Cicoli capaci di rendere sensibili e tangibili le nostre difficoltà comunicativo-relazionali che, via via nel cammino di riflessione intrapreso, scompariranno per lasciare il posto ad altre che a loro volta sfumeranno per offrirci finalmente la via d’uscita.


Alla ricerca di un’identità.

Coscienti del fatto che il nostro tempo è affidato ad una casualità senza direzione e senza orientamento dettata dalla disuguaglianza sociale da lucide e fredde esplosioni di violenza ed incontrollabili forme di intolleranza, i nostri adolescenti, ma non solo loro, sono altrettanto coscienti dell’assenza di senso che circonda le loro giovani vite.

Essi risultano impediti nella costruzione di un’ identità, in quanto mancano loro le fondamenta su cui costruirla. Manca sì un futuro come promessa, ma manca soprattutto il riconoscimento dell’altro su cui fondare le proprie sicurezze, i propri riferimenti.

E l’adolescenza come ancora la giovinezza necessitano di queste dipendenze relazionali: l’identità si costruisce sul fatto che io esisto per l’altro e con quest’altro io entro in relazione, comunico anche parlando, ma non necessariamente parlando.

Esistono tanti modi di comunicare: l’arte per esempio. Il disegno, la pittura, la musica, la poesia, la danza, il canto offrono dei canali comunicativi preziosissimi in cui la passione la tenacia e la determinazione vengono arruolate in prima linea per la realizzazione e l’autorealizzazione del sé.

Eppure c’è il silenzio, il vuoto, il buio.

In questo drammatico contesto psico-sociale le ‘Fumatrici’ di Piero Cicoli offrono un racconto percettivo autentico e toccante: immerse nella nebbia del loro fumo le donne raffigurate sembrano non avere un’identità ed i loro tratti ed i loro lineamenti svaniscono all’ombra del fumo che le sovrasta. Filiformi e spigolose, come le modelle anoressiche di cui tanto si parla e tanto si discute e di cui tanto i giovani si fanno purtroppo ancora portavoce-kamikaze, queste figure femminili, in cui Cicoli si fa artefice e allo stesso tempo temibile contestatore, comunicano attraverso l’assenza del loro sguardo, la rigidità della loro postura ed il pallore del volto che emerge quasi fosforescente dallo sfondo buio, capace di inghiottirle nel suo vortice dall’oscura densità.

E i giovani si smarriscono.

Non avendo un’identità si gettano, nell’illusione di trovarla casualmente o magicamente, nella folla nel gruppo nel branco.

Lo scontro feroce con la realtà ed il conforto nell’evasione.

Ed inesorabilmente il futuro come promessa viene sostituito dal futuro come minaccia.

La fragilità, l’insicurezza e il disorientamento caratterizzano i giovani che si sentono sospesi in uno stato di perenne ‘attesa’. Aspettano l’occasione giusta che illumini loro la strada da percorrere: la loro strada non  quella di un altro, ma il proprio personale ed unico originale inconfondibile sentiero di vita, perché loro vorrebbero essere considerati autentici ed inconfondibili, figure eroiche del loro, che è anche il nostro, tempo.

E nell’attesa, lunga e deprimente, vengono rapiti dalla noia, dall’inquietudine e dall’irrequietezza che lo stesso stato di immobilità esistenziale genera. Ancora una volta Cicoli interviene con la sua pittura post-espressionista a supportare il discorso: le immagini che interpretano lo stato d’attesa,  ne ‘L’attesa’ (1990) appunto, risultano ansiogene all’osservatore attento che rivede nella figura apparentemente immobile la trepidazione e l’angoscia, espressi nella dinamica delle tonalità cromatiche, dei momenti più critici della propria vita.

Da questa condizione di tristezza ed inquietudine profonde, nella ricerca di una difficile e complessa identità, nasce il desiderio di essere confortati, coccolati, sostenuti. E se nel migliore dei casi la famiglia, il gruppo dei pari o la scuola riescono ad aprire ed avviare una comunicazione emotivo-affettiva di conforto a tanta sofferenza psichica, nel peggiore invece l’individuo si trova completamente in solitudine ad affrontare il suo problema.

Non riuscendo a comunicare, per introversione o per rigida formazione familiare, nasconde la sua mancata identità nelle bravate del gruppo, seguendo alla lettera quello che dicono e fanno gli altri, iniziando un processo di autodistruzione non solo psichica, ma anche fisica.

Fumo, droga e alcool risultano i migliori strumenti, per comodità ed efficacia, di evasione. Da soli o in compagnia, con il gruppo; a casa, magari chiusi nella propria stanza con l’i-pod al volume massimo, o fuori casa, negli angoli più nascosti dei parchi o delle periferie, è possibile trovare un attimo di illusorio benessere, allontanandosi dalla dura e feroce realtà quotidiana.

Le donne ‘perdute’ di Cicoli rappresentano la possibilità di alienazione dalla realtà attraverso il fumo capace di coprirle interamente fino a disfarle nella loro struttura grafica e materica, come nella loro sostanza individuale e sociale, anche se, paradossalmente, accanto all’isolamento psichico, il fumo e  simili  offrono la migliore possibilità di socializzazione all’interno della società, in quanto permettono di condividere appunto con altri individui la medesima dipendenza.

 

Sulla via della dipendenza.

 

Ma cosa significa dipendere? Aggrapparsi a qualcuno o a qualcosa dinanzi ad un pericolo oggettivo per superare momentaneamente la situazione di crisi o cercare un’àncora di salvezza che ci guidi verso riva e che ci ricordi con la sua presenza i vissuti di cui dobbiamo fare memoria e tesoro allo stesso tempo per evitare di ricadere nei medesimi errori?

L’uno e l’altro. Solo che la prima interpretazione giustifica, accennando alla possibile causa, e spiega una dipendenza ‘negativa’ sia dal punto di vista individuale che sociale, la seconda propone un avvio risolutivo attraverso una dipendenza ‘positiva’, propositiva in previsione del ritorno di un futuro come promessa.

E Cicoli ancora una volta appare lungimirante nella sua intuizione artistica. Se la dipendenza negativa viene espressa nel dramma, vedi gli ‘Ospiti’, in cui la dipendenza fisica e quella psichica si contagiano a vicenda fino ad intaccare inesorabilmente l’identità dell’individuo, le ‘Fumatrici’ i ‘Viados’ e le tele intitolate ‘Attesa’, quella positiva acquista il caratteristico aspetto ludico del gioco.

 Non il gioco d’azzardo o patologico che potrebbe rientrare nella prima interpretazione del problema, ma il gioco d’evasione come quello dei bambini, dalla mente spensierata e ancora libera dalla questione relativa all’identità del sé.

Se la lettura de ‘Il cacciatore di aquiloni’ e ‘Mille splendidi soli’ di Hossein hanno contribuito alla realizzazione della scenografia dei suoi ultimi tondi ‘Quando volavano gli aquiloni’, ‘Il volo ferito’, ‘Il coraggio del volo’, i dipinti più recenti (2007), in realtà il contenuto esistenziale di questi lavori già era visibile e tangibile nella versione dei suoi grandi piatti in ceramica, dove l’intrecciarsi di linee e colori faceva presumere il desiderio di uscire dalle preoccupazioni e dalle dinamiche psichiche della vita sociale per orientarsi altrove alla ricerca della pura libertà del vivere, del pensare, del fare attraverso una corsa sfrenata con gli occhi rivolti ad un cielo luminoso e splendente, sognando di volare sulle ali di un coloratissimo aquilone dalla lunga coda vibrante. In questo caso Piero Cicoli da reporter attento e sensibile ai fatti della vita sociale si trasforma in un formidabile e vivace cacciatore d’aquiloni, offrendo al suo pubblico la speranza di un futuro migliore con l’ausilio di un meccanismo di difesa automatico, riconosciuto dalla psicologia delle emozioni, quello della regressione. L’artista, da sempre paragonato al bambino per l’atteggiamento di scoperta nei confronti della realtà, dimostra qui, in tutta la sua efficacia, l’ abilità fantastica e creativa nel combattere il nichilismo emotivo imperante.

 

La dipendenza comunicativa come via d’uscita.

 

Piero Cicoli combatte questo incombente annullamento delle emozioni e dei sentimenti quale virus oscuro e  fatale delle giovani menti del mondo contemporaneo.

Si arma di tela e colori accesi e vivaci e colpisce la depressione, il senso della disfatta e della monotonia della vita quotidiana con intrecci informali di gialli ed arancioni.

E’ la vita autentica la sua, quella di una mente dinamica creativa e propositiva che si ribella e che cerca di mostrare il valore della propria presenza e degli originali atti di coraggio di cui è capace. E i tondi  di Cicoli diventano specchi di questa visione dell’esistenza e allo stesso tempo indistruttibili scudi a difesa delle emozioni che fanno sentire vivi nella gioia, fanno vibrare nella passione, fanno tremare nella paura e nel dolore.

La voglia di vivere, il desiderio dell’altro, l’attrazione per la bellezza, il divertimento nel gioco permettono alla sua pittura di entrare in contatto, di relazionare, di confrontarsi, di aprire un dialogo interessante e coinvolgente con il pubblico. Piero Cicoli, attraverso il suo racconto, comunica: racconta in immagini e ascolta interpretando lo sguardo ed i pensieri delle persone che osservano incuriosite le sue opere.

E’ necessario dunque correre ai ripari ed attivare fin da subito, nei bambini anche piccolissimi,  un’educazione emotiva, che è poi l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure.

Se l’emozione è essenzialmente relazione, dalla qualità delle relazioni è possibile leggere il grado dell’intelligenza emotiva che un individuo possiede.

Purtroppo oggi l’educazione emotiva viene lasciata al caso: si formano i giovani  allo studio della letteratura, della matematica e delle scienze, ma non all’esperienza emozionale utile all’avvio dell’autoconsapevolezza, dell’autocontrollo, dell’empatia. Privi di questi elementi stabilizzanti  ed altamente formativi per la vita di un individuo, i giovani si sentono soli, insicuri, depressi, rabbiosi, ribelli, nervosi, aggressivi ed impulsivi: risultano sì capaci di parlare, ma non di ascoltare; si mostrano apparentemente abili nel verbalizzare con sicurezza un evento o una situazione, ma non riescono a vederne il senso, nè a risolvere i conflitti di cui si sentono vittime e nemmeno a cooperare per venirne fuori definitivamente.

Da qui l’individualismo esasperato, la visione arida ed utilitaristica della vita e di ogni situazione che la realtà sociale quotidianamente propone.

Già negli anni cinquanta la Scuola di Palo Alto a Menhlo Park in California, con l’equipe di Bateson ed il prezioso contributo di Paul Watzlawick, abbandonava una concezione individualistica del comportamento umano per un approccio interazionale basato sullo studio della comunicazione per un cambiamento terapeutico, che offriva la base portante per la Terapia della Famiglia e dell’Approccio Sistemico nei casi di pazienti psicotici, ma non solo. In quest’ambito la teoria della comunicazione doveva riconoscere la propria affinità con un altro campo, la filosofia esistenziale, che studiava l’uomo nel qui ed ora del suo essere e, a differenza di altre filosofie, considerava l’esistenza dei disturbi emotivi. E Thomas Hora, eminente psichiatra, aggiungeva: <Per comprendere se stesso, l’uomo ha bisogno di essere capito dall’altro>.

Dentro questo sistema costruito con elementi tratti dalla psicologia clinica, dalla psicologia sociale e dalla filosofia esistenziale, la via d’uscita proposta da Cicoli rimane il gioco, inteso nella sua utilità comunicativa capace di sviluppare nell’individuo una dipendenza positiva e propositiva nella   visione di se stesso e del mondo di cui fa parte. Da attività d’evasione fine a se stessa, che permette di entrare in relazione e di ‘comunicare’ con il mondo esterno, fatto di individui storie e situazioni, attraverso codici alternativi a quelli convenzionali, come la fantasia ed il senso della libertà del sé, il gioco dell’aquilone nelle mani dell’artista Cicoli diventa qui un simbolico baluardo a difesa della vita individuale e della dignità sociale nella nostra complessa contemporaneità.

Stefania Barile

 

Riferimenti bibliografici.

Galimberti Umberto, ‘L’ospite inquietante’, Serie Bianca Feltrinelli, Milano, 2007
Goleman, ‘Intelligenza emotiva’, Rizzoli, Milano, 1996
Nardone-Watzlawick, ‘L’arte del cambiamento’, Ponte delle Grazie, Milano, 1993
Oliverio Ferraris, ‘La forza d’animo’, Rizzoli, Milano, 2003
Testoni, ‘Psicologia del nichilismo’, Franco Angeli, Milano, 1997
Volpi, ‘Il nichilismo’, Laterza, Bari, 2004
Watzlawick Paul, ‘Guardarsi dentro rende ciechi’, Saggi Ponte delle Grazie, Milano, 2007
Zoja, ‘Nascere non basta’, Cortina, Milano 1985

Questo è il mio titolo, titolo

tquesto è il mio testo

 


Site Map Printable View

© 2008 - 2017 Piero Cicoli